
Ehi, ciao, sì lo so che sono anni che non ci sentiamo, anni che non ti chiamo ok, e a dir la verità non so neanche dove ho trovato il muso duro di comporre il tuo numero, riemerso dalla melma delle cifre e dei nomi e dei volti dimenticati in tutti questi anni. Tutti questi anni, a dirlo così sembra un soffio. Bè, in tutti questi anni non è successo praticamente niente e, a parte la temperatura che si alza notevolmente ogni anno, il posto dove vivo è sempre lo stesso, solo più decadente. Il passaggio pedonale lastricato che all'epoca luccicava ora è solo la tela di un pittore impazzito: tracce di scooter, impronte varie e chewing gum incollate con cura un mattone sì e l'altro no; ma alla fine non posso dire che qualcosa sia cambiato veramente: la panchina di marmo, troppo scomoda anche solo per sbaciucchiarsi, è rimasta lì per tutti questi anni e ogni tanto accoglie il mio vecchio vicino di casa che paga il mutuo della sua morte con le 40 Marlboro giornaliere, forse, qualche volta, sottovoce confida a quell'austera panchina i pensieri dei quali il suo vetusto ideale di virilità lo porta a vergognarsi. Gli altri dicono che i giovani, da queste parti, sono sempre di meno perché ormai preferiscono trasferirsi nelle città in cerca di droga visto che oggigiorno non ci si diverte più come un tempo e io non ne sono sicura, ma credo che anche all'epoca questo era un posto riservato ai piaceri degli anziani. Però a te piaceva, ricordi? Persino le palme avvolte nelle luci natalizie ti facevano sorridere e sono sicura che non era solo perchè io attaccavo a cantare causticamente "Viva Las Vegas!".
A pensarci bene, sono passati così tanti anni ma io sono ancora sul cornicione e guardo in basso. Tutti questi anni non ti sono bastati per venire a dissuadermi. Sono sul cornicione e vedo tutto. E non lo so dove ho trovato il muso duro di chiamarti, ma da questa parte era ben visibile la panchina ed è stato un pensiero stupido e oggi è lunedì mattina e tutto ciò che ne concerne.
Oggi c'è un gran vento qui, te lo dicevo che niente è cambiato veramente, e lo sento che mi agita i capelli. E' fresco. Questo vento s'insinua tra una ciocca e l'altra e le scompiglia. Questo vento forte che m'inchioda.
Quanto vento.
Finito il banchetto si guardarono, come vergognandosi vicendevolmente del segreto del quale, ormai, tutti e tre erano custodi involontari.
Aprirono la finestra per far cambiare l’aria e distogliere quella puzza di sangue raffermo, guardarono il cielo invaso da nuvoloni grigi, guardarono l’uccello fare esercitazioni di volo fino a giungere su un ramo, piuttosto basso, di un albero semispoglio e spostando lo sguardo ancora di più verso il basso notarono un bambino con una fionda che si apprestava a colpire nel modo più preciso possibile il piccione, grigio, come il cielo, e inconsapevole, come il bambino.
I tre si guardarono, si fecero un cenno, sorrisero coi denti ancora sporchi di carne e, infine, si abbandonarono completamente alla banalità del male.
La pioggia che improvvisamente scrosciò coprì il rumore che faceva l’uccello sbattendo sul bordo di un cestino per l’immondizia da domenica pomeriggio a spasso nel parco.
Fumi ancora un po’ addosso al trauma di aver scoperto di esistere.
Sei qui, ora: un cuore che pompa sangue caldo, i rivoli di sudore dietro la schiena e l’emozione, vivida, negli occhi.
Fumi distrattamente, come tanto piace a lui, che ti guarda di lato, per non farsi notare.
Fumi e torni indietro a quando eravate solo dei ragazzini e i chilometri facevano più paura e ora invece avete il callo della routine ferroviaria.
L’aria è umida, quasi insopportabile. Ma ti basta un suo bacio per tirar fuori lo spirito di tolleranza e adattamento che ti è un po’ mancato in quest’ultima vita.
Fumi oltre la sua capacità di farti sentire bella e desiderata.
Sanguigno.
Carnale.
La sigaretta cade via, giù per lo scoglio, facendo meno rumore delle punte di una ballerina.
E lui ti abbraccia di lato guardandoti in quel modo che.
Ma finirà tutto. Fra due ore.
Quando t’accompagnerà a casa.
E dirsi “Ci vediamo tra due mesi” sarà così imbarazzante che ripiegherete su un sussurrato “Ciao!”.
Groppo in gola.
Gambe spezzate.
Emozione palpabile.
Ti chiudi la porta alle spalle e “Bentornata nella tua vita” di alienazione e pigiami usurati.
La tua vita che non ha veramente bisogno delle tue gambe longilinee per andare avanti.
Già, proprio la tua vita che puzza di lavoro e libri universitari che non t’interessano mai veramente.
Ti resta solo il flash di un contatto, l’idea di un’affinità che hai costruito di sera, da sola in camera, fingendo di scegliere coscientemente quest’isolamento.
Questa sera niente musica.
Questa sera vai a letto così: il pensiero degli impegni di domani e la paura di un futuro che incombe.
Al buio fumi un’altra sigaretta, l’ennesima.
“Non devi fumare così tanto!”. Le sue parole risuonano nella tua poco accogliente camera da letto.I think I'll take the dog for a walk
Yeh maybe I'll meet up with some friends
Yeh maybe I'll meet up with some dogs
'Cos you're supposed to be my friend
Era solo.
Solo e nella vasca da bagno.
Era solo, nella vasca da bagno e aveva solo un phon.
Ed è bastata quella sola scossa a riportargli alla memoria l'abbraccio caldo della madre, i baci umidi di tutte le amanti, le pacche tiepide di gente che confondeva.
Un'altra scossa per digerire l'abbandono.
Ed un'altra, forse, per lasciarsi andare al calore che, dalle viscere, gli saliva in viso trasformandosi in una carezza gelida.
E quanto mi piace –scriveva lui, tra il disperato ed il fiero- trattar la gente come carne da macello: farti ubriacare solo per averti più stupida, per dimenticare l’espressione profonda di occhi grandi e severi.
Quanto mi piace –continuava, come affetto da una strana malattia chiamata “franchezza”- vederti sciatta e spettinata, quando ti riaccompagno a casa: farti perdere valore proprio nel momento in cui ti sfioro. E non ascoltare la musica che mi consigli ed ignorare i libri che mi regali e prendere con poca serietà ciò che mi racconti.
Mi convinco che tu sia solo uno di quei tanti puntini neri che diventano sempre più piccoli mentre mi allontano.
Tu, insignificante. Inutile. Vuota.
E mi piace convincermi di cose che non esistono.
Inutile. Insignificante. Vuoto. Io.
Ti rimarrò addosso, come il sangue raffermo intorno alle tue rosse labbra violate.
E poi niente.
Silenzio. O forse il clacson di qualche auto che rallenta alla vista di un corpo penzolante dal balcone del sesto piano.
Ombre d'agosto
Non va bene una rima
Non vedo la cima
Muoio, al mio posto