[CREDEVO FOSSE DIO, INVECE ERA UNA TAC]

THE BIG CHIEF

Utente: FrancesGlass

"Facevi risorgere i binari morti
e ricucivi i polsi a tutti"
(Le Luci della Centrale Elettrica)

"Almeno lascia che un'estrema tenerezza
Copra l'allontanarsi
Dei tuoi passi."
(Majakovskij)

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Dai, non sei il solo

in *loading* ci sono già passati

sabato, 31 ottobre 2009

#7 Alberto

La testa appoggiata alla finestra, fuori piove ed è ancora giovedì.
A che pensi? - gli chiede la madre, senza neanche voltarsi, assuefatta ed un po' rasserenata dall'idea che suo figlio non parlerà più, non camminerà più, non vivrà più e non le lascerà più vivere quella vita misera di lamentele e perbenismo.
Alza un po' il volume della tv perché sulla rai stanno spiegando come si fanno i bucatini alla caruso, alza la tv perché se anche Alberto iniziasse a sibilare qualcosa lei preferirebbe non sentirlo affatto.
E Alberto potrebbe usare la lavagna con le lettere e i disegni e indicare la pioggia, l'automobilina rossa, i bimbi presi per mano, il medico e il bambino che dice Ahia!, oppure potrebbe strisciare lentamente l'indice lungo le lettere e raccontare ciò che resterà nella sua testa, almeno sino a quando non tornerà il sole.
Raccontare delle facce degli amici che erano con lui e di quella pioggia che si lasciava attraversare a stenti dalla sua macchina, potrebbe raccontare del torpore dietro le palpebre, del fatto che nessuno dicesse più una parola da ore oppure potrebbe parlare della musica che ha continuato ad andare anche quando nessuno di loro era più in grado di ascoltarla. Potrebbe descrivere come arrivare sull'asfalto bagnato gli abbia dato la sensazione di stendersi su un tappeto di velluto grigio e tornare bambino e svegliarsi cullato da un'infermiera inenarrabilmente brutta e amorevole.
E invece Alberto resta fermo: la testa appoggiata alla finestra, fuori piove ed è ancora giovedì; resta fermo e rimpiange l'inferno e l'alterazione di un mese fa. Vede tutto ed addirittura avverte quel moto in gola che deve aver sentito a tre anni quando, dopo insistenze e maldicenze familiari, iniziò a parlare con estrema riluttanza.
Non dice una sola lettera, pensa a me, al mio sorriso e al fatto che io sia la sua unica occasione per farsi un'infanzia felice, anche ora che l'infanzia s'è persa, disgregata tra gli anfratti dei suoi vizi. Dissolvenza in nero, resta l'ossessivo ticchettìo della pioggia e la sagoma di Alberto che, alla finestra, aspetta che arrivi domenica, il sole e la mia aurea di viscerale comprensione.
words of pledging trust and lifetimes stretching forever by FrancesGlass at 12:13 | link | commenti
ordung/unordung polaroid
domenica, 06 settembre 2009

#8 Selene

Questi capelli corvini sono di Selene, stanno sul pavimento perché mia madre, in preda ad una lucidità omicida da vera psicotica decise di tagliarglieli nel sonno.
Non so bene il motivo per il quale nell'estate del 2009 Selene dormisse da noi, forse solo perché lei era una ragazza madre disperata e senza un soldo e mia madre invece aveva una famiglia felice e affievoliva i sensi di colpa verso il mondo intero aiutando il prossimo in un modo sconsideratamente ingenuo.
Fatto sta che ad un certo punto Selene decise di scoparsi il secondo marito di mia madre ed il secondo marito di mia madre si fece prendere dall'idea di promuovere l'amore universale, la famiglia allargata, la poligamia e tutte quelle cose che credi succedano solo nei film e invece succedono anche a casa nostra.
Un giorno, il 27 luglio, avevo tredici anni e due giorni, mia madre mi annunciò che avrei fatto delle vacanze sfigate da mio padre che non vedevo da circa dieci anni e che, per inciso, pronunciava biascicando in media sei parole al giorno (buongiorno-buonappetito-buonanotte). Mi disse "Vacci senza opporre resistenza, ti prego", poi disse "Devo fare qualcosa di brutto a Selene e ti giuro che se l'è meritato...tu che consigli?" e io "Non so, ma usa forbici e rasoio ché sanno di vendetta".
Tac*. Un taglio secco, nel sonno. Il rasoio l'avrebbe usato per puntarglielo alla carotide nell'eventualità si fosse svegliata durante l'operazione ai capelli, e invece niente, dormiva come un sasso, cullata dalla felicità di aver trovato un uomo che l'adorasse, una donna che le facesse da madre ed anche una sorellina piccola che l'aiutasse col bambino.
Questa foto mia madre la scattò per farmi ricordare che l'istinto femminile può farti fare brutte cose, come per esempio tagliare degli splendidi capelli alla tua rivale, fare un pompino in bagno al marito della donna che si prende cura di te o maltrattare il bimbo della donna che tua madre ha deciso di prendersi come seconda figlia.**
Il giorno in cui finì l'estate era il 4 settembre, tornai a casa e mia madre e suo marito stavano guardando un programma a quiz molto in voga a quell'epoca, nessuno mi chiese di parlare della mia estate che fu l'estate più bella della mia vita perché imparai a stare sola e a stare bene e io non chiesi loro notizie riguardo all'assenza di Selene e del suo polpettone, non chiesi neanche il motivo per il quale quella foto dovvesse restare appesa sul nostro frigo (e ci restò per sempre). Sapevo che era un buon motivo. Poi quando il tipo in tv vinse un milione di euro, andammo in cucina a preparare la cena e a Selene non ci pensammo più per circa trent'anni.



*Molto spesso ho pensato al rumore rigenerante della lama delle forbici che dava un taglio a quell'infinita bellezza nera. Ho pensato che quel rumore, in quell'istante preciso, abbia allargato sul viso ovale di mia madre il sorriso di chi sta ammazzando qualcosa per la sola necessità di sopravvivere; ho pensato che quel rumore abbia sancito la certezza di non vedere mai più Selene aggirarsi nelle nostre stanze, mentre sia io che mia madre sapevamo che suo marito sarebbe restato lì, immobile, sul suo divano amaranto, lusingato dal sentirsi conteso, protetto dall'idea di subordinazione maschile del matriarcato.

**Non è vero che lo maltrattavo quel polpettone (avvolgere un bambino in un plaid in modo che non si possa liberare e lasciarlo lì per un paio d'ore non significa mica maltrattarlo), ma qualche piccola soddisfazione dovevo pur prendermela.
words of pledging trust and lifetimes stretching forever by FrancesGlass at 10:56 | link | commenti (1)
ordung/unordung polaroid
sabato, 06 giugno 2009

#9 Helmer

Helmer, lo scemo di casa, andò via di mattina presto.
Immagine sfumata di lui voltato a tre quarti che saluta senza malinconia. Immagine di una tristezza che se ne va in altre sconfinate lande di solitudine
Helmer balbettava e nessuno in famiglia capii per davvero perché avesse deciso di mettersi da parte, nelle retrovie delle vicende umane.
C-c-c-iaaaao
Helmer che non si allontanava da solo neanche per andare al tabacchino. Helmer che ora andava via per sempre, eccolo, nella sua espressione peggiore, la bocca spalancata in un modo plastico, nell'estremo tentativo di canalizzare i pensieri attraverso la faringe, su per il cavo orale.
Tempi che bastava un utopia per dare vita ad un progetto, che non serviva un navigatore per orientarsi, tempi che, direbbe mia madre, il tempo non era malato come ora e l'estate era estate, ma con moderazione. Tempi che si dormiva comunque con le porte chiuse a chiave, direbbe mio nonno, che noi non si è mai stati intimi col potere. Tempi che mancava il latte per i neonati e l'acqua la si prendeva alle fontane.
E' questo che racconta Helmer, con il suo cappello sdrucito ed una giacca cascante sulle spalle, con la mano deformata alzata a mezz'aria, questo racconta quell'uomo biondo senza dio, figlio di nessuno, cresciuto mangiando tulipani e prendendo a morsi il ventro tra gli ulivi, il bambino che godette di un amore più forte perché era diverso, balbuziente, stupido, biondo e con un nome tedesco.
Helmer che sopravvive in questa foto nel fondo di un cassetto e là fuori chissà che uomo è, chissà se ancora è, o se ne resta solo l'eco del suo balbuziente incedere.
words of pledging trust and lifetimes stretching forever by FrancesGlass at 14:29 | link | commenti
ordung/unordung polaroid
lunedì, 01 dicembre 2008

#10 Ines

"Ines, mica devi fare la cantante!"
Gli anni Sessanta volgevano al termine e mentre il mondo sussultava di nuovi fermenti, il viso di mia nonna si contorceva in una paresi che sarebbe poi diventata il ricordo principale, riconducibile a quegli anni, di mia madre e dei suoi fratelli.
Era il tempo in cui le giovani donne rivendicavano il loro genere sessuale, mio padre calcava le prime strade svedesi e ancora mi racconta senza freno di tutti quei giovani uomini picchiati negli angoli più bui da orde di seducenti donzelle incazzate. Le nuvole barocche di De André tagliavano i cieli di Genova e Armostrong compiva, forse davvero forse per finta, quel grande balzo per l'umanità e Jan Palach illuminava i cieli di Praga con l'ardere della sua carne, mentre sui cieli di questo paesino che, sulla carta, lo perdi in un attimo e non lo ritrovi più, non succedeva niente di nuovo: il sole continuava ad alternarsi con la luna, come ormai faceva da un bel po' di tempo, ogni tanto pioveva, ogni tanto la cappa grigiastra di calore tropicale dava già le prime avvisaglie del fatto che qualcosa non andasse proprio nel verso giusto. Ma niente. Niente di niente. La storia qui non arrivava: era come un'amante infedele che cercava conforto e perdono ma che veniva puntualmente messa alla porta senza pietà.
A mia nonna il labbro destro le si era stirato in una smorfia, un ghigno che qualcuno avrebbe poi osato definire quasi malefico, senza una ragione precisa. Paresi, dissero e non addussero cause. Fisioterapia, dissero, è di questo che c'è bisogno.
Era il tempo in cui i medici erano troppo distratti dalla fama conquistata tra la gente del paese. Il tempo in cui si era capaci di fare terapia sul lato sano del viso, ignorando del tutto quello malato. Un tempo che non se n'è mai andato via del tutto, sono passati quasi quarant'anni e mi sembra di sentire le lamentele di mia nonna al medico, di coro alle lamentele di qualsiasi anziano che si aggira imperterrito su queste strade lastricate, ricondotte agli antichi fasti da un signorotto di paese decisamente presuntuoso.
"Ines, mica devi fare la cantante!". Questo rispose il medico a mia nonna mentre si affrettava a chiudere l'ambulatorio per andare al circolo cittadino per una briscola. Ed effettivamente erano tempi in cui, pur avendo un'ugola mirabile, non si sarebbe riusciti a vedere le luci della ribalta neanche col cannocchiale.
words of pledging trust and lifetimes stretching forever by FrancesGlass at 17:24 | link | commenti
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