Oh I know that I left you in places of despair
Oh I know that I love you, so please throw down your hair
(D. Rice - The Animals were gone)
Questa volta sono andato via per non tornare mai più.
Neanche se la voglia di assaggiare la tua pelle mi renderà inabile, folle, irrecuperabile.
Non tornerò, questa volta no.
Troppe volte i miei pensieri hanno preso fuoco perché i tuoi soffici capelli, sfiorandomi i neuroni, inciampavano accindentalmente nelle sinapsi del piacere. Non tornerò perché saperti sola ti rende ancora più amabile: t'immagino sperduta nella Terra del Sole, seduta su un divano di pelle a leggere e leggere e leggere ancora. E ti amo più di quando mi dormivi addosso, sfinita dal troppo pensare.
Non tornerò perché quando m'hai salutato, ieri, mi hai abbracciato più forte di quanto il mio cuore malandato potesse sopportare; e poi hai sorriso in quel modo così aperto, così canonicamente
bello, che solo a starti accanto ci vuole un gran bel coraggio e io quel coraggio l'ho svenduto anni fa, quando ho investito tutte le mie energie nel vuoto ripetersi di azioni che non hanno portato altri guadagni se non quelli in denaro.
Ho deciso di non tornare più, proprio nel momento in cui, con la camminata scanzonata di sempre, tornavi a casa portandoti dietro la tua aurea di affinata saggezza e di irriducibile fascino.
L'inverno è alle porte e l'unica cosa che mi sembra opportuna fare per non dover rivedere le mie fondamenta, è svanire nell'insieme dei tuoi ricordi calendarizzati, dei quali ti auguro di parlare distrattamente tra qualche tempo, sorseggiando del Porto in un bar all'aperto.
(opera di E.L. Kirchner)
Non eri Einstein, non eri niente.
Facciamo così, allora.
Io porto l'alcool e tu da fumare. Io l'animo e tu la parola.
Io la perseveranza e tu la pigrizia.
Io porto le foto che ti ho scattato quando non te ne accorgevi, porto i numeri dei fumetti che ti hanno fatto ridere di più, porto una nota e duecentomila versi di buona speranza. Tu portati dietro solo te stesso, che già è abbastanza, abbastanza per iniziare.
Mettiamo gli zaini in un angolo e ce ne andiamo a camminare per le strade di Praga, illuminate di traverso al tramonto, coi venditori e i musicisti contabili sul pontecarlo, con quegli odori concentrati tra le piccole finestre della città vecchia. E poi lasciamo gli zaini da qualche parte che Stoccolma è già distesa sulla chaise longue ad aspettarci, una dama bon ton ma disponibile.
Porto tutto, tutto quello che non posso lasciare e che non posso dimenticare, tutto l'indispensabile per non tornare, tutte le urla che ho nella testa e le centotrentatrè righe che ho nella tasca. E tu, tu porta tutto, che non si sa mai. Che imbroccando o sbagliando riusciamo a venir fuori dal mucchio.
Daresti una degna sepoltura ai ricordi?
(Numero6)
Sai, oggi camminavo per strada e l'ho sentito.
Pensavo ad altro, al sole che bruciava i resti dell'estate che porto sui capelli pensavo, pensavo a quanto tempo fosse passato velocemente e a quanto altro si fosse invece contratto in una nebbia di giorni che tendo a confondere tra loro.
Camminavo in una strada di quelle che si annodano tra i ricordi di incroci, arterie e tristi code ai semafori. Strade che sembrano infinite solo le percorri a piedi, strade che sembrano offrirti qualcosa solo se porgi loro un attimo infinitesimale della tua attenzione.
E' così che l'ho sentito. Ho abbassato lo sguardo e, in quel punto in cui il marciapiede andava a tuffarsi in un tratto non cementato, ho sentito chiaramente l'odore acre della Scalinata della Valle, al quale non facevo caso quando, con i polmoni sotto sforzo, risalivo gli ultimi gradini per tornare a casa; eppure a risentirla così, amillechilometrididistanza, quella cosa che mi graffiava le narici mi è sembrata un dettaglio prezioso, era insieme un dato olfattivo, acustico, tattile e visivo.
L'odore dell'orto e l'acqua piovana che ristagna, i discorsi giù al bar, il buon vicinato da finestra a finestra, lo scricchiolare delle persiane rotte, la ghiaia sotto i piedi nudi, di notte, la Lissa e tutto quello che offre, la roccia calda dietro la schiena, il vento di traverso, lo scricchiolio dei vecchi pavimenti e il miagolio dei gatti più felici del mondo, il silenzioso incedere dei rancori. Tutto questo nel promiscuo odore di erbacce e terra umida, surriscaldata dai 40 gradi di un sole senza pietà.
Tutto questo in un attimo, mentre percorrevo una strada qualsiasi e con umore qualsiasi pensavo alle cose che non riesco a dire, che restano lì accucciate nella faringe e che, occasionalmente, si sfregano contro l'odore della Scalinata.
Inizia che dormi, l'ho immaginato proprio così.
Ad esempio, inizia che dormi e la luce filtra a righe dalla veneziana e si riflette sulla tua schiena, perché inizia che dormi a pancia in giù come fai di solito, con un braccio sotto il cuscino e l'altro che pende dal letto.
Fuori stanno facendo il soundcheck per il concerto della sagra di paese e i bambini urlano perché sono già in vacanza e possono starsene in giro per tutto il giorno e tu dormi perché sei abituato ai rumori e ti svegli solo perché hai voglia di caffé, ma resti a letto, immobile,per una serie interminabile di attimi, in attesa che arrivi qualcuno anche se non deve arrivare nessuno.
Sei lì, fermo, intento a perderti nei lasciti ovattati di sogni che ricordi così male che sembrano sogni d'altri.
Poi ti trascini sino al comodino e accendi una sigaretta. E' così che mi viene in mente tutta la scena, se ci penso.
Va avanti che non parli, come al solito, va avanti che cerchi di muoverti silenziosamente come se ci fosse qualcuno da lasciar dormire in pace. Va avanti che fuori cantano e sembrano felici di essere felici
...mentre il mondo sta girando senza fretta...
Non canti da mesi, non parli da giorni, respiri lo stretto necessario.
La vita basale.
La vita in compresse e riassunti.
La vita, quaggiù, col suo sapore di nodi e di disgrazie.
...dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi...
Ad un certo punto hai lasciato tutti dietro o forse hai fatto andare tutti avanti e sei tu ad essere restato indietro, per non farti vedere, per non disturbare, per restare seduto ad ascoltare quattro stupidi che cantano io quasi quasi prendo il treno, per prendere quello che ti basta e scappare via perché, quasi quasi, non vale neanche la pena di sprecare saluti prima di prendere e partire e non arrivare ed affidarsi alle scarpe e farle andare oppure restare in veranda, seduto, restare immobile, restare ad aspettare, ma andare via per sempre.
Così è la scena che immagino: il sole dritto in faccia, gli occhi strizzati ed il cuore che si cimenta in disumane acrobazie, così frenetiche che non senti niente, così assolute che non ti dà fastidio la voce del bimbetto che storpia Venezia e ride a metà pezzo. Così.
Inizia che dormi, ma non parli più nel sonno. Inizia che dormi e nessuno più ti ascolta mentre parli nel sonno.
E finisce che sei vivo, ma te ne accorgi con un secondo* di ritardo.
*in questo secondo stai giusto pensando a quel sogno strano che hai fatto, quel sogno pieno di luce gialla che mentre morivi io scattavo foto al paesaggio, ma la luce era così intensa che non riuscivi ad essere incazzato con me e l'unica cosa che ti chiedevi, la sola che ti chiedevi nel sogno era come sarebbero venute quelle foto ché col digitale non è più la stessa cosa, un discorso simile a quello sulle mezze stagioni che voleva solo coprire il tuo disappunto per la mia tecnica fotografica da apprendista giornalista per una testata locale gratuita; in questo secondo stai pensando alla morte che avevi sognato, ma ammettilo, non può competere con l'immagine di morte che t'ho cucito addosso che inizia che dormi e sogni, e finisce che sei vivo e pensi ad un sogno che mi hai raccontato che è meno vorticoso della realtà, di questa realtà, ed il secondo è già finito.
Qui, sottocorteccia. Ecco dove resti.
Al riparo, sotto il mio lobo frontale. Ignori le scelte, le decisioni, i ripensamenti, i rimpianti.
E quando credo di essere altrove, quando credo veramente di aver scovato un'uscita d'emergenza, realizzo di essere semplicemente tornata in quel groviglio di neuroni a farti un saluto.
Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa esser solo in mezzo alla folla afffacendata
(C. Baudelaire)
Sembra che la gente non voglia veramente sapere, ma solo dare all'angoscia di morte una misura in centimetri di diametro, un nome altisonante al Male, a volte esterno ed immutabile, altre volte interno, sottopelle, pulsante e vivo. Questo dice Dafne al telefono e poi getta ciò che resta di una sigaretta, la vede saltellare e scintillare sull'asfalto, chiude la conversazione senza salutare ed insiste, senza soluzione di continuità, a ripercorrere questa considerazione quasi fosse di ceramica preziosa, importata da un posto lontano, di inestimabile ed incomprensibile bellezza.
Non succede assolutamente niente, è tutto solo un inizio.
Un inizio continuato, straziante, spossante.
Non succede niente, non finisce niente.
Sei lì che cerchi di ricucire i tuoi schemi a ciò che ti succede e ti accorgi che, a furia di cercare di diventare ciò che volevi essere, sei solo diventata la copia della copia della copia di un'ambizione sbiadita e sfocata.
E questa è la vita, dopotutto. Questo pensa Dafne, ingoiando l'ultimo pezzo di panino, restandosene seduta sul gradino a guardare le formiche che merleggiano attorno alle briciole e pensando che non è poi così male. L'attesa continua di un istante che, quando arriverà, non noterà neanche. Troppo impegnata com'è a leccarsi le ferite.
Non è sempre facile dire la verità, specialmente quando si deve essere brevi
(Sigmund Freud)
Nel momento in cui quella cosa ti passerà per la testa, ma eviterai di dirla, e tutto ciò che è successo fino ad oggi passerà in rassegna davanti ai tuoi occhi basiti, facendoti capire che era già tutto chiaro sin dall'inizio; nel momento di massima lucidità in mezzo al turbinìo di sospiri interrotti, quando persino una singola nota sarà portatrice di innumerevoli ed inenarrabili significati, tu ti fermerai, ti toccherai i capelli e guarderai verso il basso. E io, continuando a camminare svagata, inizierò a valutare ogni singola parola come una questione d'Amore.
Tutto confuso, ma tutto estremamente chiaro, in quel momento.
Quant'è difficile restare allegri quando le cose (ci) cambiano e non sappiamo se il nostro paracadute si aprirà, salvandoci, o ci abbandonerà in una valle di effimera gioia dove ci schianteremo senza avere neanche il tempo di fare due conti.
Elucubrazioni reprorevoli
Quella voce di quelle urla sconsiderate per una gioia effimera, quella voce che credevi di non ricordare e invece se ne stava campionata all’ombra di pensieri che preferisci, pronta a sbucare in un momento come questo. Quella voce, sì, quella voce che la prima volta che l’hai sentita t’ha fatta ridere, una risata fotografica alla Jules et Jim, la seconda t’ha fatta incazzare e poi la terza è stata la volta in cui ti è mancato il fiato per un istante.
Dice si parte e poi scompare dietro la sua coltre di irresolutezza emotiva.
E i giorni si sprecano.
E gli istanti non si distinguono più.
A volte, la vita è semplicemente come la spesa che passa sul rullo della cassa. E tu stai lì a guardarla, commiserandoti per tutte quelle cose inutili che ti appesantiranno le braccia. Stai lì a guardarla e pensi che alle volte ci si deve sentire proprio tanto soli per mettere col repeat una canzone nel lettore e farla andare per dieci volte, o più, di seguito. Ed è una canzone che parla di Vuoto. Una canzone così sublime, così vera e così umana che sarebbe potuta non esistere.
Guardi la tua spesa, la tua vita, che scorre alla mercè degli sguardi indiscreti di tutta la gente che si ferma e dice ahah guarda un po’, guardi gli spigoli delicati del tuo essere, toccati e maltrattati da mani incapaci e quella canzone continua ad andare. E’ solo un stato d’animo.
Non senti che ti chiamano. Non senti niente. È solo uno stato d’animo. Hai fretta di rimettere tutto a posto, di tornare a casa, da sola, a limare le insoddisfazioni che ti graffiano la pancia. È solo uno stato d’animo.
E invece alla fine quella voce la senti distintamente, cerchi di mandarla via, ma ti trapana il cervello. Poi, quando capisci che non è da dentro, ma è da fuori che viene, ti disperdi nell’ala più oscura della coscienza, in attesa che passi la tempesta. Ma la contingenza del pensiero vuole che andare in posti del genere in situazioni del genere dia la stessa sensazione di correre per ore e, una volta arrivati a casa, trovare la porta d’ingresso murata.
Dici che moriremo tutti affogati, dici che comunque non piove da giorni, dici che questi orologi digitali ci hanno rovinato la vita, a scandire i minuti, i secondi, in modo così capillare. Dici che se ci colpirà il meteorite per qualche strano motivo si sentirà Thief e tu ti metterai d'impegno a finire tutto l'alcool presente in casa. E io probabilmente starò dormendo perché, per ragioni orscure quasi quanto quelle che generano musica durante un impatto, le persone come me dormono sempre durante gli eventi importanti.
Mi dici che non c'è più tempo e che hai la fine del mondo dentro e io sono ancora nell'ovatta della veglia, quei minuti prima del trauma giornaliero del risveglio. Ogni giorno una nascita diversa, ogni giorno la voglia di tornare dentro, in fondo, nel corridoio buio in cui tutto è possibile se lo si vuole.
E la verità è che il mondo è troppo crudele per giungere ad una fine: continueranno ad esserci canzoni sgradevoli e soprusi, non le pulizie stagionali dei meteoriti accompagnate da musica che adori. Possiamo fare progetti, sì, andare via, cercare cose importanti da fare e diventare Qualcuno, come se non fosse già sufficientemente oneroso essere Nessuno, possiamo prendere i nostri libri preferiti oggi, aprirne uno a caso in una pagina a caso e da qualche strambo acronimo decidere la città in cui trasferirci. Possiamo fare tutto questo e tanto altro, per sfuggire alla nostra fine del mondo, per evitare di affogare nei conflitti emozionali, per non essere vittime della desertificazione dell'anima. Già, possiamo, potremmo davvero farlo, davvero. E' questo che ti dico mentre mi giro sul lato sinistro, il mio preferito per abbandonarmi alle calde viscere del sonno e tu esci e non torni mai più. E il tuo mondo è finito dietro quella porta, schiacciato da un soffitto di umide quanto inutili speranze.