


Un alluce in primo piano, l'alluce di Nick (James Gandolfini) che dorme come un angioletto sul proprio divano.
Che abbiano inizio le danze.
Lui, lei, l'altra.
L'altra, Kate Winslet, è una donna ovviamente molto giovane e assetata di sesso, "totalmente rossa" (ci fidiamo della descrizione accurata del protagonista). Vende biancheria intima da battaglia a casalinghe annoiate ed è dotata di una certa capacità oratoria, durante l'amplesso.
Lui è figlio di tre generazioni di puttanieri (e questo ce lo conferma la madre), si farà circoncidere per allietare le ore della sua prorompente rossa e, come se tutto ciò non bastasse, le dedica poesie circa il grado d'umidità della sua figa (ah, quanto vorrei riportare quei versi!), lasciandole sparse per casa. Un uomo comune, in definitiva.
Lei, una stupenda Susan Sarandon, tradita e disarmata, va in chiesa a cantare Piece of my heart.
Bei colori. Belle atmosfere.
Imperdibile la scena in cui due adolescenti in amore si parlano citando i versi di Cocciante.
Squallido e romantico.
La puzza delle cicche spente e il calore di una sigaretta tra le mani.
Do you love me the way you hold me, cause you hold me like you love me?

Rivedrò Marie Antoinette in giorni preciclo, quando la voglia di dolciumi, shopping, flirt e musica è incontrollabile.
Valanghe di torte elaboratissime, piramidi di coppe di champagne, feste in maschera fino all'alba, scarpe eccentrice e colorate a volontà e una colonna sonora che diverte.
Ammiccante e malizioso.
Femminile e adolescenziale.
Sono in partenza, eppure ho quella precisa sensazione che contraddistingue i ritorni a casa: quel magico senso di tenerezza e tranquillità, la certezza di poter dormire profondamente senza l'ansia di tenere le orecchie sempre ben tese.
Vorrei passarti un pò della freschezza di questi giorni. E portarti nella Città Incantata, dove convivono tutti i mondi visibili e invisibili, ma tu senza dubbio costituiresti il miglior mondo possibile.
E, oltre i fili sottili che collegano dolore e vendetta, c'è tutto un affresco colorato di ricordi.
La prorompente acqua di un fiume, un tatami ed un treno che fa solo andata, sono queste le cose che ho rubato dalla Città per dimostrarti quanto sia ampio il raggio d'azione delle mie libere associazioni.
- Ma almeno ha un lieto fine?
- Di quelli che solo la celluloide sa regalare!
Si riesce a sentire l'odore di sangue raffermo provenire da quella bocca, l'odore della rabbia mandata giù con un sorso d'acqua e ritornata su inevitabilmente rafforzata. Si riescono ad intravedere le immagini accucciate dentro quel nervo ottico e le urla di dolore che ancora sbattono forte sul timpano.
Ci sono le rose, c'è la musica, c'è Shakespeare. C'è la pioggia e c'è anche il fuoco. E dio sta sia in quella pioggia, sia in quelle fiamme che ingoiano le gabbie dell'uomo.
Nessuno avrà paura di ricordare il giorno in cui la folla ha rivolto lo sguardo al cielo e ha tolto via le maschere rivelandosi come singoli individui e non come massa informe. Sono gli uomini a dare un significato ai simboli.
Infine, quel momento sembra come un fulmine a ciel sereno. Se ne doveva parlare prima, ma la lingua s'è inceppata più volte. Angel-A non ha mai desiderato abbandonare quel corpo e tornare a casa.

Poi succede che il mercoledì mattina, alle dieci, qualcosa ti fa saltare l'appuntamento che hai rigidamente rispettato per ben ventiquattro anni.
La risposta sarà rivelata nel trillo di un telefono?

Tokyo abbagliante, Tokyo troppo oscura, Tokyo dispersiva, Tokyo avvolgente. Nel mare di luci e suoni della grande metropoli, stentando rimangono a galla due isole, Bob e Charlotte. Lui, attore marito e padre decadente, disilluso, ma non abbastanza invecchiato per essere incapace di riderci su. Lei, laureata in filosofia, mentalmente disoccupata, al seguito di un marito fotografo perennemente assente nella vita di coppia. Metti una notte insonne, un isolato bar d'albergo, qualcosa d'alcolico nel bicchiere e al tuo fianco qualcuno del tuo stesso identico umore.
Quello di Lost in Translation è uno spassionato omaggio all'amicizia, seppur fugace, sincera e senza scrupoli. Un omaggio alle situazioni in cui due anime si sfiorano e , timidamente, iniziano a ballare un seducente fandango, senza dare importanza alla "fine" che incombe. Circondati da una lingua che non comprendono, Bob e Charlotte, il primo inseguito da una moglie che gli spedisce fino in Giappone i campioni di moquette e la seconda con il futuro che le soffia sul collo, si comprendono pur parlando poco e si isolano in un mondo che è un angolo privato, isolato dal Giappone, ma soprattutto dall'America; una baia di tranquillità dove è più facile tirare un sospiro di sollievo e trovare la forza per ripartire.
E non poteva esistere un titolo migliore, perché così come sono persi in un mondo che non sanno tradurre, i due si ritrovano anche sospesi in stati d'animo che non possono esseri tradotti in parole. E guardali, mentre si fissano senza l'esigenza di dire niente, perché non c'è proprio niente da dire, niente da fare. Guardali, perché quella è autentica e incantevole bellezza.
Just like honey è il pezzo musicale che impreziosisce il finale, un trionfo di sensazioni che, nate piccole, si sono amplificate lungo l'intera pellicola e che, dopo tutto, lasciano un gusto agrodolce nella bocca dello spettatore.

"Fu con una cattiva coscienza che quella sera sfiorai la pistola posata sul tavolo. Il mondo è malvagio a causa delle armi e solo le persone meschine le posseggono, eppure non riuscivo a liberarmene!"
Ricorda tanto Dogville. La strada unica, la vicenda decontestualizzata e allo stesso tempo così atrocemente attuale. Ma Dear Wendy è, in realtà, tutt'altro. Allontanatisi ormai da Dogma (nel quale si vietava di far entrare in scena le armi), la sfavillante coppia Von Trier- Vinterberg mette su un lungo racconto tutt'intorno a Wendy, elegante e seducente pistola d'altri tempi, e ai Dandies. Nient'altro che ragazzini di provincia, un alienante west sin troppo aderente ai giorni nostri, dove si affacciano gli spettri della vita moderna misti a paure ataviche (la paura dell'altro, che sia esso un'altra persona, un'altra età, un altro mondo poco importa).
E mentre nella lirica vita dei Dandies si affacia il rozzo volto della società moderna, tutto diventa una lotta, non più tra bene e male, ma ancora una volta tra purezza e meschinità. I Dandies non sono altro che bimbi sperduti un pò cresciutelli che cercano in quelle armi d'altri tempi il coraggio per affrontare un mondo basso dove primeggiano i rozzi figuri come lo sceriffo o gli alienati minatori che attraversano la piazza. E non sembra neanche tanto stravagante il nome scelto per la pistola protagonista.
Promosso a pieni voti, emozioni così forti da far venire il mal di stomaco, occhio e orecchio completamente sommersi da vera e propria eleganza poetica.