Potrei perdermi dietro parole aguzze e raffinati aggettivi crudeli, ma la verità è che sono stata ferita in quel posto dolorosissimo che neanche un tiratore scelto avrebbe saputo beccare con un solo colpo e la faringe mi si è annodata e la verità ancora più profonda è che qualcuno, molto prima di me e decisamente meglio di come potrei fare io, ha descritto come mi sento.
Così.
And in the end, the love you take is equal to the love that you make
Tengo la vita in una busta, come si fa coi pezzi dei puzzle che non si riesce mai a ricomporre.
E' che certe volte mi sfiora l'idea di essermi perso qualche pezzo e allora stringo paranoicamente la busta tra le mani, come se fosse un tesoro prezioso, e del benevolente aiuto altrui me ne faccio beffa apertamente.
Tengo due o tre cose da dire sulle pareti della faringe, ma ho deciso di congelarle e tirarle fuori per tempi migliori.
E' che le parole sono diventate materia ardua per me, soprattutto da quando ho iniziato a pensare su.
Tengo un paio di ricordi, li tengo qui, riesci a vedere?, tra l'atrio e il ventricolo sinistro di questo cuore atrofizzato, li tengo al caldo perché è l'unico modo di farli sopravvivere all'uragano.
Ed infine tengo, in un antro remoto della mente, un'immagine di te ben precisa che solo a vederla sorrideresti e annuiresti tirando su col naso, ma è tutto questo che resterà celato, mescolato assieme a quei pezzi che non hanno senso e che montati uno accanto all'altro andrebbero solo a comporre l'ennesimo banale vissuto emozionale.
Inizia che dormi, l'ho immaginato proprio così.
Ad esempio, inizia che dormi e la luce filtra a righe dalla veneziana e si riflette sulla tua schiena, perché inizia che dormi a pancia in giù come fai di solito, con un braccio sotto il cuscino e l'altro che pende dal letto.
Fuori stanno facendo il soundcheck per il concerto della sagra di paese e i bambini urlano perché sono già in vacanza e possono starsene in giro per tutto il giorno e tu dormi perché sei abituato ai rumori e ti svegli solo perché hai voglia di caffé, ma resti a letto, immobile,per una serie interminabile di attimi, in attesa che arrivi qualcuno anche se non deve arrivare nessuno.
Sei lì, fermo, intento a perderti nei lasciti ovattati di sogni che ricordi così male che sembrano sogni d'altri.
Poi ti trascini sino al comodino e accendi una sigaretta. E' così che mi viene in mente tutta la scena, se ci penso.
Va avanti che non parli, come al solito, va avanti che cerchi di muoverti silenziosamente come se ci fosse qualcuno da lasciar dormire in pace. Va avanti che fuori cantano e sembrano felici di essere felici ...mentre il mondo sta girando senza fretta...
Non canti da mesi, non parli da giorni, respiri lo stretto necessario.
La vita basale.
La vita in compresse e riassunti.
La vita, quaggiù, col suo sapore di nodi e di disgrazie. ...dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi...
Ad un certo punto hai lasciato tutti dietro o forse hai fatto andare tutti avanti e sei tu ad essere restato indietro, per non farti vedere, per non disturbare, per restare seduto ad ascoltare quattro stupidi che cantano io quasi quasi prendo il treno, per prendere quello che ti basta e scappare via perché, quasi quasi, non vale neanche la pena di sprecare saluti prima di prendere e partire e non arrivare ed affidarsi alle scarpe e farle andare oppure restare in veranda, seduto, restare immobile, restare ad aspettare, ma andare via per sempre.
Così è la scena che immagino: il sole dritto in faccia, gli occhi strizzati ed il cuore che si cimenta in disumane acrobazie, così frenetiche che non senti niente, così assolute che non ti dà fastidio la voce del bimbetto che storpia Venezia e ride a metà pezzo. Così.
Inizia che dormi, ma non parli più nel sonno. Inizia che dormi e nessuno più ti ascolta mentre parli nel sonno.
E finisce che sei vivo, ma te ne accorgi con un secondo* di ritardo.
*in questo secondo stai giusto pensando a quel sogno strano che hai fatto, quel sogno pieno di luce gialla che mentre morivi io scattavo foto al paesaggio, ma la luce era così intensa che non riuscivi ad essere incazzato con me e l'unica cosa che ti chiedevi, la sola che ti chiedevi nel sogno era come sarebbero venute quelle foto ché col digitale non è più la stessa cosa, un discorso simile a quello sulle mezze stagioni che voleva solo coprire il tuo disappunto per la mia tecnica fotografica da apprendista giornalista per una testata locale gratuita; in questo secondo stai pensando alla morte che avevi sognato, ma ammettilo, non può competere con l'immagine di morte che t'ho cucito addosso che inizia che dormi e sogni, e finisce che sei vivo e pensi ad un sogno che mi hai raccontato che è meno vorticoso della realtà, di questa realtà, ed il secondo è già finito.
In un attimo, prese a ricucire i fili che aveva lasciato pendere dalla trama delle sue relazioni per tutti quelli anni. Prese a ricucirli con la cura paranoica di chi non conosce bene l'obiettivo da perseguire, ma continua a testa bassa, prese a ricucirli con la speranza adolescenziale di ricavarne fuori un arazzo perfetto, da appendere nel salone più illuminato della sua coscienza, da mettere in bella vista su quella parete alla quale tante volte si era appoggiato cercando di spogliarsi dei propri sentimenti.
Ma la verità è che nel momento in cui un filo veniva incastrato in un percorso ideale, tutti gli altri cedevano, stanchi, esausti, e non c'era verso di ricavare un disegno unitario. Si tirava il capo di un filo e tutti gli altri rapporti si increspavano in una smorfia di disgusto.
Approssimativo. Incocludente. Irrazionale. Sfuggente. Volubile.
Mettere in ordine alfabetico gli aggettivi che da sempre gli erano stati attribuiti era ora l'unica cosa che lo legava al passato, agli altri, l'unico passatempo che poteva permettersi di fare senza recare disturbo.