Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa esser solo in mezzo alla folla afffacendata
(C. Baudelaire)
Sembra che la gente non voglia veramente sapere, ma solo dare all'angoscia di morte una misura in centimetri di diametro, un nome altisonante al Male, a volte esterno ed immutabile, altre volte interno, sottopelle, pulsante e vivo. Questo dice Dafne al telefono e poi getta ciò che resta di una sigaretta, la vede saltellare e scintillare sull'asfalto, chiude la conversazione senza salutare ed insiste, senza soluzione di continuità, a ripercorrere questa considerazione quasi fosse di ceramica preziosa, importata da un posto lontano, di inestimabile ed incomprensibile bellezza.
Fuggire ora da queste logiche esistenziali contorte.
Ignorare le notti di maggio che scavano sul fondo dell'angoscia riesumando brutti ricordi imputriditi e imbelletandoli per l'occasione.
Non badare alla sensazione da insetto in barattolo. (Non riesco ad uscire. O forse semplicemente non riesco ad entrare?)
Fuggire ora. E lasciare a casa i bagagli, i biglietti, i libri, i puntini di sospensione alla fine delle frasi, i ci vediamo ci sentiamo presto, gli appuntamenti, le rivalità, le inibizioni e tutte queste stupide parole, i diciassette, i diciannove e i vent'anni, lasciare quei ricordi fotografici, l'eco delle voci impastate, le ambizioni, gli arrovellamenti per strappare qualche ora all'oblio, lasciare gli appunti sulla vita e i suoi derivati, lasciarli lì e dimenticarsene per sempre. Farsi sospingere dal fuoco lento dell'amnesia, fermarsi e rendersi conto di non poter mai arrivare quando la meta è solo una sinapsi tra il pensiero della felicità apparente e quello della gioia effimera.
Fuggire ora. E farlo velocemente.