
You're just somebody that I used to know
Forse è stato quella volta in cui sei uscito dal centro commerciale e, non ricordando dove avevi parcheggiato la macchina, hai pensato di poter rimanere in quella sospensione per sempre; o forse quando quel palloncino arancione gonfiato ad elio, dopo aver resistito per due giorni nel tuo salone, se n'è volato via e tu l'hai visto allontanarsi, farsi sempre più piccolo, mentre ti guardava che restavi, inebetito, col naso al'insù; o, ancora, quando il tuo cellulare ha cancellato spontaneamente tutti i numeri a quali tu, durante svariati anni, avevi assegnato un nome che ti ricordasse in un modo ben preciso un viso, un espressione, un modo di mettersi i capelli dietro le orecchie. Ecco credo sia successo in uno di questi momenti, nei quali hai avuto l'angosciante sensazione di dover forse ricominciare da capo, che hai chiuso gli occhi e hai capito che l'unico evento che possa seguire una conquista è senza dubbio una perdita e allora perché affannarsi e non vedere invece la peridta totale, la perdita di qualsiasi cosa, anche della memoria, come l'unica conquista alla quale si dovrebbe tendere se si vuole la felicità?
Guarda! Il palloncino vola via, ma sei tu a diventare sempre più piccolo ed insignificante, un puntino del quale è facile dimenticarsi. O forse sei tu il palloncino, ma nessuno ti sta guardando, tranne me che ancora non ricordo dove ho messo la macchina.
Durante le feste, a casa Glass si respira un'aria che, ovviamente, non è neanche lontamente ricollegabile ad una qualche ispirazione religiosa.
I senior si sono, infatti, oggi cimentati in una sfida di grosso impatto sociale e che, se avesse avuto i risultati pronosticati da mia madre e mio padre, avrebbe senza dubbio sconvolto il mercato italiano.
La piccola premessa è che, essendo tutti i senior della mia famiglia diabetici e non riuscendo a bere il caffé amaro, sono costretti ad utilizzare quella schifezza immonda (su disinformazione.it tra i danni collaterali è addirittura elencata la morte, tra gli stati confusionali e la depressione) che si cela dietro nomi ipocriti quali Dietor, Misura, Weight Wathces e, il migliore a mio parere, Benessere (oculata scelta di marketing quella di scegliere nomi che evochino l'attenzione per la linea, soprattutto in una società in cui il maggiore problema del cittadino medio sembra essere la prova costume). Ma le mie paturnie a proposito dell'aspartame le conservo per l'orecchio attento di mia madre che continua ad usarlo ininterrottamente ormai da anni; quello che mi premeva raccontare è che la discussione sorta tra il primo ed il secondo e prolungatasi ben oltre il magico rito della derisione delle sorprese delle uova di Pasqua non riguardava gli eventuali rischi che si corrono ad utilizzare tale prodotto, bensì il numero di compresse presenti nelle confezioni sulle quali, in caratteri cubitali, lampeggiano cifre astronomiche. 120; 250; 1.768.549.324.690 compresse.
E' bastata la solita frase provocatoria di mia mamma (è riservato alla signora Glass, infatti, il compito di lanciare almeno 5/6 frasi provocatorie nell'arco di ogni pasto) per scatenare un vero e proprio delirio.
"Secondo me, scrivono 120, ma ce ne sono molte molte di meno. Proprio come succede coi pacchi-scorta di tovaglioli!".
E mia zia, con tutta la fiducia sconfinata che nutre nelle istituzioni, nelle aziende e nel libero mercato, giù a dire "Sei la solita paranoica. E' impossibile che cerchino di fottere il consumatore. NON POSSONO dire stupidaggini!".
E così avanti, ognuno fermo sulle proprie posizioni, per più di mezz'ora. Fino alla svolta epica, la mossa eroica della zia che, scosta piatti e biccheri e proclama "Io ora le conto!". Tira fuori una confezione nuova e ne riversa il contenuto sul tavolo. La scena è quanto mai grottesca, soprattutto se si tiene conto che la cara zia ha problemi di memoria a breve termine e, se impegnata in calcoli lunghi, è costretta ad espedienti molto poco dignitosi. Divide le pastigliette in mucchetti da dieci, scomodando qualche santo perché mia mamma cerca di confonderla. Una volta divisi i mucchetti le risulta però difficile contarli perché, arrivata a metà, si confonde e dimentica il subtotale.
Per farla breve, un'epopea.
E, quando ormai tutti i commensali, trovano più interessanti i patinati periodoni di Casini ospite dall'Annunziata, mia zia risorge dal fondo della tavolata con un begbiano "Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììì". Tutti girati, ad aspettare la notizia, la tensione che si taglia a fette come lo splendido dolce nutelloso che sono impegnata a mangiare.
"Ce ne sono dieci in più. Sììììììììììììììììììììììììììììì".
Mia mamma ha la delusione disegnata in volto quando dice "Vorrà dire che quelli della Dietor sono più onesti della Scottex!". Mio padre finge noncuranza, dicendo "Magari le hai contate male!". Mia zia esige che le venga scattata una foto col mucchietto di compresse davanti, sgancia un sorriso da Testimone di Geova intento a romperti le palle al videocitofono, e poi rimette il tutto nella confezione e si lamenta che le si sia fatto perdere tempo. Ma è felice, lo so. Son soddisfazioni.
Let the light come out
'cause I'm ready now
Like I never was before
To see what this is all about
(Rocky Votolato)
Tutti questi ricordi. La magnolia, il sole in giardino, quel sorriso aperto, lo specchietto lasciato accanto alla finestra in attesa di tempi migliori. Tutte queste immagini. Noi piccoli che giochiamo a palla, tu che prepari cose buone in cucina, i pranzi improvvisati e i pomeriggi pigri. Tutti quegli odori e quei sapori e quelle sensazioni. L'impareggiabile mantello di calma, la voglia di rimanere spalmata su quel divano per ore. Tutto. Proprio tutto, ormai, sembra il collage creato da una memoria difettosa.
Eppure c'è stato tutto, per davvero, e poi è finito.
Riesci a crederci? Io no.
Sleep the clock around
Mi sveglio e mi accorgo, più o meno all'improvviso, che sono ventuno.
Forse qualche sintomo c'è stato già nei giorni scorsi.
Prendi i miei familiari, per esempio, che si divertivano a riesumare ricordi che, solitamente, se ne stanno nel sarcofago per il resto dell'anno.
Dovrei raccontare della macchina di rappresentanza familiare con la serratura inspiegabilmente bloccata; dovrei spiegare perché tutti lo ricordano come "il marzo in cui nevicò per due settimane" - perché se da queste parti la neve è rara di per sé, la neve a marzo è praticamente una di quelle leggende che si trasmetteranno oralmente almeno per quindici generazioni; potrei anche cercare di immaginare, unire con i diversi racconti a riguardo e quindi trasporre qui, la scenetta di mio fratello, mia sorella e mia cugina che, all'alba, attendevano notizie, quando ancora non c'erano sms e neanche legislazioni sulla privacy e si poteva chiamare in clinica per chiedere ed ottenere notizie circa una partoriente. Ma non vedo veramente come tutte queste amenità possano in qualche modo allietare questa splendida giornata di festa, per i cattolici o, per tutti gli altri molto più simili a me, quest'ennessima, noiosissima domenica che preannuncia il lunedì (Leopardi ci ha segnato un po' tutti).
Ventuno, dunque. Con qualche sintomo nei giorni precedenti.
Fare il compleanno è un po' come maturare un'influenza.
Che dire? Stasera è una di quelle sere da sigarette sui balconi, da chiacchierate inumidite da questo tempo indeciso tra la primavera e l'autunno. Di quelle sere che non lasciano spazio a niente, se non a parole e silenzio e forse anche ad un po' di ricordi random. Una di quelle sere che non dovrebbero passare in una sera e invece, lo vedi?, sbadigli e i minuti cercano di salvarsi tendendosi la mano, ma scivolano via, inevitabilmente, trascinandosi l'un l'altro giù per il precipizio della notte.