
La nostalgia è quando una foto, un sorriso, una smorfia, un'espressione stirata, una determinata inclinazione dei raggi solari bastano a farti rimpiangere un momento che lì per lì non avresti mai considerato un gran momento ed invece, col senno di poi, la stanchezza di inizio settimana e la paura pre-sessione d'esami, ti sembra inenarrabilmente dolce ed ineguagliabile.
Perché sono passati pochi, pochissimi giorni, in realtà, ma la frangetta è già cresciuta così tanto da intromettersi tra te e la realtà ed invece prima era docile ed obbediente e se ne stava lì silenziosa. E quella sbronza, ah quella sbronza ti sembra così lontana da non ricordare più neanche di cos'eri ubriaca, se della solita rossa doppio malto, dell'umidità che t'abbracciava i capelli o dell'incoscienza di non aver ancora deciso cosa fare nella prossima vita. E poi è in realtà così stupidamente ipnotico riguardare le stesse foto ogni giorno, bulimica di particolari.
E poi, alle volte dalla nostalgia scaturisce quell'incondizionata attesa, quando scegli di protrarre il passato nel presente, in attesa del futuro. Nutrendo quel cordone ombelicale in nylon, così invisibile, così resistente, coi ricordi che in realtà non ti sono mai appartenuti.
Ed è dall'attesa che, in particolari sere, riesci a partorire la noia, che si dispiega in frasi pretenziose che esprimono concetti deboli, equilibrismi di certezze, totale disinteresse per una qualsivoglia teoria esistenziale sostenibile fino a fine serata.
E il bicchiere di vino continua a svuotarsi e riempirsi da solo, le pagine ti riscaldano le mani e la poltrona trattiene i tuoi malumori come una grande madre accogliente.
Insight - Totalmente noncurante dell'attesa, perché il tempo sei tu -
Che ci facevi, Carlo, con la mappa dei tavoli della biblioteca? A cosa ti serviva segnare ogni persona con un trattino, in corrispondenza del posto in cui era seduta e poi mettere in evidenza ogni trattino con una freccia? Che senso aveva, Carlo, rispettare le distanze, tanto che il trattino che rappresentava me e quello che rappresentava mia sorella erano vicinissimi, mentre quello dei due ragazzi che avevano poc’anzi litigato sottovoce erano lontani abbastanza da occupare più della metà di un tavolo? Dimmelo, Carlo, con chi parlavi, quella mattina; dimmi a chi intimavi di impugnare la pistola; dimmi chi era che, mentre tu parlavi tra i denti, si rifiutava di sparare la ragazza che avevi davanti. Ma soprattutto, cos’erano quelle risate isteriche davanti a quel giornale? che sono sicura che neanche le guardavi quelle pagine, Carlo, ridevi nel silenzio della biblioteca, ridevi urlando, Carlo, ti rendi conto? E poi continuavi a parlare al tuo interlocutore invisibile e lui non voleva sparare e tu bestemmiavi in un modo, Carlo, in un modo che mi vergogno anche solo di ricordare anche se non sono cattolica e non me ne frega niente dei Santi, della Beata Vergine e di tutti i morti di questo mondo, è solo che non te ne puoi andare in giro nelle biblioteche a bestemmiare, Carlo, perché poi succede che qualcuno ti creda pazzo, sì Carlo, pazzo. Proprio quello che ho creduto io quando hai cercato di rubare la borsa di mia sorella, perché t’ho visto Carlo, ho visto il tuo modo disinvolto di agire, Carlo e poi ho visto che eri arrabbiato, Carlo, non ti conosco e non so neanche come ti chiami veramente, ma so che eri arrabbiato nero, dietro quelli occhiali si vedevano benissimo i tuoi occhi illuminati dall’odio e dalla paura. Che t’hanno fatto, Carlo? Dimmi, che ti è successo di così brutto, Carlo? Chi ti aspetta a casa, Carlo, ogni giorno, quando torni dalla biblioteca dopo aver passato una mattina a sproloquiare?
Dove te ne vai, ora, Carlo?
Urli nel corridoio e le persone che stazionano in cerchio a chiacchierare neanche si voltano a guardarti, assuefatte come si è tutti alla noia ed alla sofferenza.
Should all the stars shine in the sky
They couldn't outshine your sparkling eyes
But it's so hard to be the one
To touch and tease and to do it all for fun
But it's too much for a young heart to take
Cause hearts are the easiest things you could break
(The Jesus and Mary Chain)
Ci si mette di mezzo anche l'aria consumata della sala lettura di questa fatiscente biblioteca, e anche il pensionato che, davanti ad un vetusto libro di linguistica, continua a dare colpi di tosse finti, il più vetusto dei metodi per zittire quello strano essere che continua a tirare su col naso, in preda al più selvaggio dei raffreddori. Ci si mette questa sonnolenza per la quale mi sono ritrovata a sognare seduta sotto quel neon, sotto gli occhi di tutti, capisci, e la cosa più strana è che stavo proprio leggendo di quelli intriganti fenomeni che sono "le intrusioni di rem durante lo stato di vigilanza". Ci si mette il calendario, che si dilata sotto i miei occhi gonfi e poi le mie colleghe che si scambiano immagini di Hello Kitty e mostrano le foto dei loro ragazzi mezzi nudi. E ci si mette, infine, questa mia agorafobia perché, vedi, è in periodi come questo che mi scatta dentro l'insofferenza, capisci, quell'insofferenza così grottesca ed incontrollata che potrei anche trattarti male per un motivo X, rinfacciarti la stessa cosa per ore per poi pentirmene subitaneamente al risveglio, domattina. E non so quanto io sia sopportabile in questi periodi, forse molto meno del ragazzotto che tira su col naso o di quello che striscia la sedia producendo un rumore stridulo ogni volta che si alza a fumare, praticamente ogni dieci minuti. Sì, lo so, le cose che mi hai detto ieri sera erano giuste, il fatto che io non possa più andare avani trattando la gente come pedoni della mia personalissima partita a scacchi, ma, vedi, ti avrei preferito piuttosto come una torre, che tutto vede e tutto tace, perché le torri son così, mentre i pedoni sono i più chiacchieroni.
Ma ti stavo dicendo, che ci si mettono tutte queste cose, oggi, a far sì che anche questa sera tornare a casa sia gratificante come stappare una bottiglietta d'acqua fresca sotto il caldo torrido o come attaccarsi alla stufa mentre fuori impazza la tempesta. Perché capita che ci si mettano di mezzo tutte queste cose, capisci, anche in giorni potenzialmente positivi e invece, bam, ecco che riprendo a vivere controvoglia, a viverti controvoglia. Non credere che ti stia scaricando, forse semplicemente sto facendo dei discorsi contorti per indurti a scaricarmi, ma le torri sono irremovibili, lo so. Perché è tutto un ripetere azioni meccaniche, capisci? Sì, è questo quello che penso. Quello che ho sempre temuto: l’amarsi per inerzia, il baciarsi per rinfrescarsi la bocca e riscaldarsi il cuore e non vedere oltre la propria coltre di tristezza che l’altro, nessun altro, può minimamente dissolvere.
E pensare che un tempo adoravo il minimalismo.
Oggi invece va così, perdonami, lo so, ti ammorbo.
Ma finisce qui, me ne vado a riposare un po’ nella nebbia del mio giardino, a maledire gli uccelli, gli insetti e la natura tutta. Compreso te.
È iniziato tutto, e lo ricorderai bene dopo queste quattro righe, quando hai cercato di barare mentre giocavamo a ramino e io ti ho lanciato una lattina di Coca Cola, vuota. E tu bevevi l’ennesima lattina di quella schifezza rosa che puzza di chewing gum, perché è tipico delle persone come te bere quelle schifose bevande energizzanti, schifose davvero. Addosso avevi una maglietta col marchio di un paparazzo e ti gongolavi per il nuovo cellulare comprato con un’offerta da volantino, nel nuovo sfavillante centro commerciale. Tipico delle persone come te andarsi ad imbucare in quei negozi grandissimi, che solo l’idea mi fa girare la testa; tipico delle persone come te cercare di fottere al gioco quelle come me. Perchè le persone come me hanno la faccia dell’ingenuità, con queste mie guance troppo rosse e questi occhi troppo grandi, i capelli che mi ricadono lisci sulle spalle e le labbra piccole, discrete, sotto un nasino un po’ storto.
Insomma, eravamo lì a giocare a ramino, questo spero non ti sia sfuggito, e dopo il fatto della carta nascosta in tasca e della lattina di Coca nel tuo occhio destro, non abbiamo più detto una parola, non so perché. Forse perché quelli come te hanno sempre poco da dire, e quelle come me con quelli come te evitano di straparlare, magari per evitare di sottolineare una presunta superiorità oratoria. Nel silenzio, il ricordo è ancora vivido, mi vengono i brividi, è esploso quel pezzo dei Beatles, che sono il mio gruppo preferito perché mio papà me li ha versati nel biberon, e che tu mi hai chiesto “Chi sono? I nuovi Blue?”. E come dirtelo che, no, non passano su Mtv, ma che hanno fatto la storia della musica? Come dirtelo, che il punto non sono i Beatles e neanche tutti i libri che ti ho prestato e dei quali tu ti sei limitato a leggere la trama sul retro, durante le tue sedute al bagno? Per farla breve, perché lo so che tendo sempre a dilungarmi, il punto è che da quella partita a ramino ho intravisto il baratro delle sensazioni taciute e dei ricordi pressati in fondo all’anima per non averli sotto lo sguardo. Dopo quella partita a ramino, ho pensato che ogni tanto devi nascondere il tuo amore incondizionato altrove e far trapelare tutte le altre lerce emozioni che ti smuovono come quelle bevande rosa.
Ed è questo che ti chiedo, in questa notte serena, coi grilli che disturbano la quiete e le macchine di coppie in intimità sotto la mia finestra: parla, non necessariamente con me, parla anche solo con te stesso e, nascondendo il tuo amore altrove, metti in fila delle parole, come perline su un filo di nylon, che descrivano accuratamente il tuo stato emozionale. Perché io lo sto facendo, anzi l’ho già fatto e adesso è ora di andarmene a dormire perché dovrò essere riposata, anche domani, per buttare giù il nocciolo duro della mia incapacità di scacciarti. E ci saranno altre partite a ramino, e altre offerte da volantino, e i grilli continuano a trapanarmi il cervello, le macchine mettono in moto e vanno via, e le lenzuola sono fresche e pulite, stanotte.
I run as fast as I can
Poco tempo per fermarmi e fare il punto della situazione, sparando qualche metafora per spiegare (e spiegarmi) lo stato emozionale che caratterizza i giorni che si rincorrono a rotta di collo sul nuovo calendario, già tutto imbrattato dei miei appunti.
Poco tempo per sentirmi amareggiata o rinfrancata quando qualcosa non va come mi aspetto e invece va peggio, o meglio, dipende dalle circostanze.
Poco tempo per rileggere quello che scrivo e poco tempo per autopunirmi per non dedicare mai abbastanza tempo a ciò che amo.
Poco tempo per rimpiangere il tempo perso, tra uffici e strade umide e grigie.
Poco tempo, ma intenso, quello dedicatoti mentre torno a casa: le scarpe un pò bagnate, il mento che affonda nella sciarpa ingombrante e le mani raggomitolate nelle tasche. Basta un giro di chiave, pochissimo tempo, per sprofondare nella poltrona e pensarti ancora, per tutto il (poco, ad essere sinceri) tempo che mi rimane prima di dormire.
Due simpatici,scaltri e altresì ingannevoli mendicanti che si aggiravano per le strade illuminate di Capodanno hanno contribuito a farmi chiudere il bilancio del 2007 totalmente in negativo, asportandomi dalla borsetta l'annesso potafogli a fiori, più carico di foto e biglietti da visita che di succose banconote.
Restituitomi da una dolce studentessa dal caschetto nero anni 60, suddetto portafogli è diventato un pò il Vecchione da lacerare come augurio per il 2008 che premeva, a sole quattro ore di distanza.
Proprio nella stessa sera, un paio di stivali che uso ormai da innumerevoli anni, mai sostituiti per il loro sapiente modo di coniugare bellezza e calore (mi piace, fa molto slogan), hanno deciso di darmi l'addio, spaccandosi nel bel mezzo della suola destra e lasciando entrare nell'abitacolo del mio piedino indifeso umidità, gelo e probabilmente anche scarafaggi e sanguisughe.
Questi due eventi apparentemente non collegati tra loro, vanno invece ad infilarsi come anelli mancanti nella catena di peripezie che ha caratterizzato gli ultimi giorni del mio 2007, iniziato tra rulli di tamburi e suoni di fanfare e terminato in punta di piedi, incelophanato in una coltre di nebbia.
Insomma, tra il 30 e il 31 si sono manifestati così tanti eventi sfortunati per la sottoscritta che inizio a temere per l'anno nuovo, davvero. Quindi niente bilanci né previsioni, nè buoni auspici. Tiro il fiato e aspetto che tutto questo marasma passi così com'è arrivato, nel frattempo porto gli stivali dal calzolaio, acquisto un nuovo portafogli tamarro, cerco di rimettere in sesto tutte le mie cose abbattute dall'uragano di, vogliamo chiamarla sfortuna? Massì, per una volta abbandoniamoci alla superstizione.