
Ho scritto un post, poi in preda ad un raptus di nervosismo intellettuale l'ho cancellato.
La stessa cosa che mi capita ogni volta che cerco di fare un puzzle: quando gloriosamente sorpasso la metà del lavoro, mi lascio prendere da un qualche pensiero nichilista e mischio tutto, imprecando e convincendomi di aver perso tempo.
Non che non mi piacciano i lavori difficili, i lavori che necessitano di pazienza: sarei anche capace di leggere e rileggere una frase per un lasso di tempo infinito fino a portare la sua musicalità ad un livello pari a quello del violino. Che poi non lo faccia quasi mai, bé, è un altro discorso. Il punto è che oltre un certo limite temporale proprio non riesco ad andare. E non ho idea di quale sia questo limite. E non ho idea se questa sia una tesi valida per qualsiasi cosa nella quale io mi impegni.
In realtà non sono neanche ben sicura che questa sia una tesi vera e propria.
Il problema è che ora mi sto rosicchiando le dita perché vorrei recuperare quel post in tutta la sua perfezione, ma sono solita scrivere direttamente sull'editor di Splinder e, ovviamente, in preda alla pazzia, non mi sono premurata di salvarne una copia, intitolandola "rimpianti". Provare a riscriverlo sarebbe come preferire una birra analcolica alla mia tanto amata rossa doppio malto, tuttavia non tentare neanche di rimetterlo in piedi è un pò come portare al macello un'idea pressocché valida.
E allora, intanto che le mie svariate personalità si riuniscono e si mettono d'accordo, io mi vado a preparare una cioccolata calda con cannella. La cura più dolce.
Hai mai sentito il calore avvamparti le guance e le corde vocali rattrappirsi per impedirti di lasciarti andare ad offese gratuite?
Lo hai mai sentito quel ronzio nell'orecchio che cerca di coprire ciò che non vorresti mai sentire?
E, alla fine, la musica sopraggiungere per distenderti i muscoli, l'hai mai sentita?
Io potrei trasporre su tela l'amaro che ha coperto, per un attimo, quel dolce fluido che molti si ostinano a chiamare libertà, mentre le labbra mi si seccavano e le mani si stringevano in un pugno. Ma non basterebbero tutti i minuti di quest'invernata per ricomporre il bizzarro puzzle che è stato il mio cammino fin qui.
Infilo la testa nel cappuccio e abbasso lo sguardo mentre cerco di immaginare una folla che si muova a tempo con quello che sto ascoltando.
Poi, arrivata a casa, per l'ennesima volta mi lascio agguantare dal sonno che, come una lieta notizia, mi strappa allo stupido susseguirsi delle amenità quotidiane.
Certe giornate nascono di merda.
Dovresti accorgertene dal particolare calore emanato dal piumone che ti tiene a letto ancora un minuto, ancora altri due; dovresti capirlo dal fruttivendolo ambulante che per questa mattina, ma solo per questa, ha deciso di andare ad urlare sotto qualche altra finestra, come per consigliarti implicitamente di rimanere lì, inerme, orizzontalmente indifferente alla vita che fuori da casa tua scorre già piuttosto velocemente.
Sì, certe giornate nascono di merda.
Ed è proprio in quelle giornate che la tua pigrizia se ne va in stand by e tu decidi che è ora di attivarti, di renderti produttiva, ignorando innocentemente che tutto il mondo si opporrà ai tuoi benevoli progetti di condurre una vita tranquilla, dalle sette di mattina alle nove di sera.
Tutti gli esseri viventi, ma a pensarci bene anche quelli non viventi, ti si pareranno davanti con la braccia spalancate, rallentando le tue attività ed indisponendo i tuoi neuroni. E sarà un urlo silenzioso, ma impossibile da non udire, quello con il quale tutti loro cercheranno di farti capire che le attività diurne non sono fatte per te, o meglio tu non sei fatta per loro, e che la tua presenza su questo globo potrà essere accettata, o solo ignorata, esclusivamente nel momento in cui ti ritirerai ad attività private per tutte le dodici ore di luce.
Certe giornate nascono di merda, e questa è una di quelle.
Ma, mentre esci di casa col sorriso sulla bocca, evidentemente ancora non lo sai.
Consigli per gli acquisti

Tempo speso bene.
231 pagine di buone speranze nichiliste al femminile: sbatto le palpebre, sorseggio un té, fumo una sigaretta e sono già arrivata alla fine di Diario di un'idiota emotiva, rubacchiato dalla libreria (il mobile, non il negozio) di un amico un pò distratto.
Un'Odissea dei nostri tempi, tra spacciatori sadici, gatti paranoici, spazzini sexy e relazioni frastagliate. Cuori spaccati e neuroni saturati, ci vuole pur sempre un gran fegato per vedere del tenero sotto l'immondizia di una vita spesa in un "microtugurio" newyorkese, riempito dal chiasso delle unte e bisunte vicine puttane.
Ma è senza dubbio il posto ideale dove andare se ci si ritrova col cuore in mano, tutto calpestato dai piedi caprini di uno dei tanti ragazzi diabolici che si può avere la sfortuna di incontrare e dei quali, puntualmente, si finisce per innamorarsi,
"Lonette vive di sussidio statale e fa pompini a dieci dollari a botta. Lo so perché l'ha cantato in un appassionato contralto al figlio di due anni, Ralphie:
- Figlio di troia, io ciuccio cazzi tutto il giorno a dieci dollari a pompa e tu devi fare tutto 'sto casino quando torno a casa?"
C'è un pò di Ted Bundy e Patrick Bateman in ognuno di noi
Sono appena tornata dall'ufficio anagrafe di questo buco del cazzo che è il mio paese di residenza.
Ogni volta che mi ci reco, mi rendo conto di quanto siano inutili, umanamente e professionalmente, le persone che paghiamo per vegetare dietro ammuffite scrivanie.
E non è che adesso mi rosicchi la voglia di iniziare una retorica polemica sull'inettitudine degli impiegati comunali che hanno preso il posto per parentele illustri o per il buon voto ottenuto in quinta elementare.
E' solo che adesso mi è venuta voglia di catalizzare la rabbia nelle dita, pur di trattenermi dal tornare da quell'essere subumano, dotato di tette molto più simili a scamorze che a ghiandole mammarie, e dirgliene quattro giusto per istigarla ad un gesto inconsulto, chessò, chiamare compulsivamente Mediashopping pur di dimenticare di essere, appunto, inutile.
La verità è che ora mi sento rodere perché quando le ho detto "Troia!" (facendole implicitamente un complimento perché è chiaro che per quel mestiere bisogna essere qualificate e con le scamorze non si va da nessuna parte) l'acustica pessima dell'ufficio non ha consentito a quello splendido epiteto di raggiungere il suo rognoso apparato uditivo.
Buonasera, sig.ra Zilli, è stato un piacere conoscerla.
[UPDATE 20.34: ho appena scoperto che il mio blog viene annoverato tra i risultati di "mi sento rissosa"...questo è un segno!]
L'insonnia rende paranoici


Dopo l'ennesimo viaggio di ritorno passato tra bambini urlanti puzzolenti piangenti disturbanti e chi più ne ha più ne metta, mi sono convinta che sia veramente in atto un complotto volto a rafforzare il mio odio per i genitori impotenti e maleducati e, ça va sans dire, a dissolvere qualsiasi residuo del mio amore per gli infanti.
[images by Ray Ceasar]