
- Uomini da sposare -
Ricordate la figura dell’uomo che vendeva cocco in spiaggia, gridando “Cocco bello” e che faceva tanto sapore di mare?
Io oggi ho (ri)visto di meglio.
Caldo.
Dribblando l’ombra di teste di cazzo che mi piantavano l’ombrellone a due centimetri, cercavo di prendere un po’ di sole, solo per evitare gli sguardi apprensivi dei miei amici lontani che, davanti al mio pallore, avrebbero immaginato corsie di ospedale, malattie infettive e tanta tanta sofferenza.
Poi, all’improvviso, sento una voce lontana che si erge sulle altre.
Vitamine, proteine, riprese fisiche, riprese ormonali, aiuti umanitari.
Non chiedetemi l’attinenza di questi vocaboli col cocco, ma ero sicura che fosse lui.
Il tipo rinsecchito che l’anno scorso vendeva cocco a prezzi killer, con un cesto da baccante tra le braccia ed un tatuaggio di gatto Silvestro sul polpaccio destro.
Alzo lo sguardo. Ancora non riesco a scorgerlo.
Mangia il cocco sulla spiaggia, mangia il cocco e viaggia.
Si sta avvicinando, lo sento.
Butta via la sigaretta, prendine una fetta.
Smetto di pensare al fatto che, per abbronzarmi, mi sto liquefacendo; con uno scatto prendo il cellulare ed inizio a scrivere.
Dai il cocco al tuo bambino che gli cresce il pistolino e se non crescerà andrà dal suo papà.
Inizio a pregare un dio, uno qualsiasi, perché mi mandi un videocamera.
E ne diamo un po’ al bagnino che ce l’ha davvero piccolino.
La preponderanza dell’anatomia nelle rime di questo nomade poeta mi lascia indubbiamente senza fiato.
Sono in estasi. Ha un paio di occhiali alla Natural Born Killer e lascia trapelare il suo leggerissimo (?) accento napoletano cimentandosi in rifacimenti vari ed eventuali del camorrista che scioglie il cuore di mamme e figlie.
Perché non esistono più i circhi di una volta? Quegli dove si trovavano i nani, i tizi strani ed il proprietario che metteva su un po’ di versi per invitare i passanti ad entra. Già me lo immagino con un paio di pantaloni a righe ed un panciotto ottocentesco.
Il signore col pizzetto mangia il cocco ed è perfetto.
Parla di mio cognato che cede al fascino partenopeo.
Continuo a ridere. Lui mi guarda compiaciuto e con la stessa espressione di Dante davanti a Beatrice mi dice
Se ne mangi tante fette ti crescono le tette.
Io VOGLIO quest’uomo.
Vitamine, proteine, riprese fisiche, riprese ormonali, aiuti umanitari.
La luce solare lo ingoia. Lontano da me. Ah.
L'occultamento dei tuoi progetti è tradito dal dilagante cattivo odore delle tue intenzioni malate.
In una frase, sette anni mandati al macero.
Il tuo malumore sarà il trofeo in bella mostra sul mio scaffale prediletto.
Quanta vita sprecata.
Da domani, mazza da baseball in auto.
E' arrivato il momento di punire tutti coloro che strombazzano col clacson un nanosecondo dopo il verde.
Punire la compagnia dell'impazienza: le annoiate casalinghe in panda rossa 1987, carica di fustoni Dixan, che si immettono sulla tangenziale a 20 km/h; i giovani rampolli che prendono come un affronto un sorpasso; gli idioti che invadono la tua corsia al semaforo solo per trovarsi in pole position e tutti quelli che "la guida ad alta velocità è il mio più grande hobby".
Mica percosse o qualsivoglia danno fisico (anche se l'istinto di spaccare le loro manine che affondano sul clacson è pressocché irresistibile: mi prefiguro già la scena TAAAC, i loro ossicini che si frantumano e io che, col mio ghigno, continuo a ripetere "Dai, suona!").
Sadismo a parte, l'importante è rovinarli psicologicamente.
La mazza che si schianta contro il parabrezza: neanche le melodie di Chopin potrebbero placarmi allo stesso modo.
40 gradi all'ombra.
Forse sto diventando un tantino meteropatica.
No, non ho le mestruazioni.
Forse sono l'ennesima vittima di Hollywood e dei film d'azione visti passivamente.
Forse è il nervoso che mi piglia ogni volta che parlo con la mia genitrice.
Forse è solo che qui, in ufficio, l'idea di prendermela con qualcuno e di trascinarlo sul patibolo senza processo è ristoratrice più dell'aria condizionata e del té freddo.
Mancano solo 174 minuti alle 19.30.
La calma.
Suadente come una vecchia signora con abiti fuori moda.
Accogliente come il migliore degli uteri materni.
Non esiste passione che possa vincerla fino in fondo.
Ossessione che l'avvolga.
Visione che la sfumi.
La calma è la melodia ormai nota a quel piccolo esserino che si accoccola tra le tue braccia.
E' il rumore del cucchiaino mentre giri lo zucchero nel caffé e realizzi di essere positivamente sola, mentre l'eco dei tuoi sospiri rimbalza felice sulle pareti del corridoio buio.
La calma è qui, adesso, col naso appoggiato sul tuo petto, le mani rintanate sotto la tua schiena.
E' nei nostri abiti svenuti l'uno addosso all'altro: la mia gonna sotto la tua giacca, i tuoi pantaloni sopra i miei sandali.
La calma è la densa materia delle nostre parole urlate o sussurrate, degli insulti taciuti per pudore e degli elogi ritirati per vergogna.
Ed è una calma a basso volume quella delle mie dita che, frenetiche, battono su questa tastiera nella ricerca del tuo sapore.
Un weekend a base di fumo: 10 €/grammo (tempi duri)
Un profumo che copra quello del fumo mentre passi davanti alla finanza: 60€/100 cl
Gettare il resto del fumo poco prima che il cane ti sgami, al secondo passaggio:
NON HA PREZZO
Correrei intorno all'isolato fino a notte inoltrata per smaltire l'euforia del sollievo postesame. Ma son pigra, si sa.
Preferisco le viscere calde, caldissime del mio divano. Cosa si può voler di più mentre là fuori impazza l'estate?
Stesa, un calzino sì ed uno no, a chiacchierare con la mia amica, criticando benevolmente i casi umani che oggi han fatto l'esame con noi: solo piccole annotazioni amichevoli, magari condite da qualche imitazione un pò azzardata.
Mica cattiveria. Mica cose volgari.
Ma no, non siamo ragazzine che si lasciano andare al pettegolezzo sul piccolo emo che si ostina ad indossare i guantini col teschio anche a luglio o sulla ragazza che per mettere ulteriormente in mostra il suo decolleté potrebbe solo adornarlo con qualche vaso di gerani.
Non stiamo mica a puntualizzare quanto (non) sia affascinante il tipo che viene ogni giorno in facoltà col jeans Playboy ed il coniglio che, con le orecchie, gli sfiora amorevolmente la chiappa destra.
E non andremo neanche ad imitare la voce di quella ragazza (no, non l'abbiamo mai chiamata sciacquetta!!) che se ne va in giro urlando i nomi dei tanti amichetti Finley-style.
Siamo buone, non aspettiamo Natale per farcelo ricordare dalla pubblicità Bauli.
Giuro, sono solo discorsi simpatici.
E' pur vero che suddetti casi umani il pettegolezzo te lo tirano fuori con la stessa forza che impiegherebbero per giocare al tiro alla fune.
Poi finisce il pomeriggio, il corpo inizia a produrre meno adrenalina e credo che avvengano anche altri cambiamenti biochimici che non percepiamo che ci inducono a ritirare dentro corna e coda, salvo poi tirarle nuovamente fuori alla vista di ballerine dorate che, senza ritegno, se ne vanno in giro in centro.
Troppo caldo e poca voglia.
Eppure mi sembra ancora così vicina la sensazione di camminare sotto la pioggia e preoccuparsi solo del rischio di bagnare il libro.
I sensi assopiti, i tanti silenzi, la pioggia violenta, la pioggia esaltante, il vuoto e le urla, il caldo e gli odori, i versi distratti su amici distanti.
Una canzone, lasciata ad ammuffire nella cartella meno frequentata del pc, rimbalza pimpante, come un tempo.
Giovani penne crescono?