
Sono in partenza, eppure ho quella precisa sensazione che contraddistingue i ritorni a casa: quel magico senso di tenerezza e tranquillità, la certezza di poter dormire profondamente senza l'ansia di tenere le orecchie sempre ben tese.
Vorrei passarti un pò della freschezza di questi giorni. E portarti nella Città Incantata, dove convivono tutti i mondi visibili e invisibili, ma tu senza dubbio costituiresti il miglior mondo possibile.
E, oltre i fili sottili che collegano dolore e vendetta, c'è tutto un affresco colorato di ricordi.
La prorompente acqua di un fiume, un tatami ed un treno che fa solo andata, sono queste le cose che ho rubato dalla Città per dimostrarti quanto sia ampio il raggio d'azione delle mie libere associazioni.
M'interessa la velata sensualità del tuo silenzio.
La tua magistrale capacità d'attirarmi, fingendo repulsione.
T'aspetto. Perché ti rivedo nei lividi sulle mie ginocchia.
A fare le cose con calma si rischia la noia.
Aspettami. Perché ho lasciato la luce accesa, torno a spegnerla e vengo da te.
Indecision, television
takes my mind away
Oggi, mentre pranzavo, ho scoperto che per i pruriti intimi c'è Vagisil Crema; subito dopo una pubblicità mi ha ricordato che "Maggio è il mese dell'intestino irritabile".
Notizie che hanno sconvolto l'andamento del mio inizio di settimana e che inoltre inibiranno probabilmente mia madre dal pormi, in futuro, domande del tipo "Perché cavolo dobbiamo sentire sempre questa musicaccia punk mentre siamo a tavola?".

When I drink alone I think of you
When I think alone I drink to you
La trovava bellissima.
Per la noncuranza con cui ciabattava per casa reggendo quel cesto di frutta tra le mani.
Cercando un posto dove nasconderlo.
- Sai, è allergico all'ananas, scapperà via senza neanche darmi un bacio se vede 'sto cesto di frutta in soggiorno
Era bellissima perché, in realtà, stava giustificandosi con se stessa.
Sapeva che lui non avrebbe chiesto spiegazioni per i suoi atteggiamenti insulsi.
Sapeva che lui riusciva a capire cose che ancora non erano chiare neanche a lei.
Tastandosi i capelli, guardandosi la maglietta spiegazzata, valutando il ripostiglio come nascondiglio per la frutta, lei continuava a ripetere che era tutto un casino, tutto un enorme casino.
Lui l'Allergico lo conosceva bene. Lei ogni volta faceva finta di dimenticarlo.
- Qui no...qui neanche...lo so, sembro Woddy Allen, oggi sono più isterica del solito
Era tipico: si trovava sempre somigliante ad un uomo.
- Eppoi...questi capelli...Slash dei Guns'n'Roses era decisamente più pettinato di me
Avrebbe continuato sino alle nove, sino a quando lui non avrebbe finto premura nell'andare a studiare e l'avrebbe lasciata alle sue disastrose ore d'amore.
E invece, sarebbe andato a casa ad ascoltare quel cd ipnotico, col repeat.
Dimenticandosi delle ore che lo scavalcavano, che si concentravano nella casa accanto.
Lei era bellissima perché non se ne rendeva conto; perché non cercava sensualità da trasudare; perché credeva di non essere abbastanza per nessuno, neanche per l'Allergico; perché ogni volta che lui l'abbracciava, mentre guardavano un film, lei s'addormentava annusandogli il petto.
Non sai che l'amore è una patologia? Saprò come estirparla via..

Ne scrivo. Non ne scrivo. Sono indecisa.
Ok, non ne scrivo.
Parlo d'altro. Non mi è difficile trovare argomenti che non sia la narcosi procurata dai tuoi sguardi.
Lo specchio. Ecco, per esempio lo specchio è un ottimo punto di partenza.
Lo specchio che mi vede emergere ogni mattina dal letto, abbigliata di nero, bè, quello specchio mi crede nichilista. Niente ha senso di esistere alle sette di mattina. Dovrebbe esserci un interruttore che permette di spegnere, di annullare il mondo sino ad un orario ragionevole, chessò..sino alle undici: ti svegli, accendi l'abatjour, poi allunghi la mano e posizioni la manopola su On e il mondo che intravedi dalla finestra è assonnato almeno quanto te.
Ma dicevo, lo specchio. Lo specchio che mi fa sorridere è senza dubbio quello nell'ascensore, in facoltà: ci scambiamo sguardi fugaci, mi ricorda ogni mattina di aver dimenticato di utlizzare la spazzola e io sono lì che cerco di aggiustarmi la frangetta sommessamente, in mezzo a trecento, cinquecento, mille, un milione di ragazze in ghingheri con borse dorate e sorrisi che procurerebbero estasi e stupore al più navigato dei dentisti.
E sbuffo davanti allo specchio lungo perché le magliette non mi soddisfano mai, faccio le smorfie davanti allo specchio che mi restituisce la mia immagine al 300% mentre qualcuno cerca di dare forma alle mie sopracciglia e poi c'è lo specchio dal parrucchiere davanti al quale mi piacerebbe posizionare una videocamera e poi rivedere tutto a doppia velocità per ammirare la mia trasformazione da Cugino Itt della famiglia Addams ad un essere più facilmente riconducibile alla razza umana.
Ma lo specchio migliore di tutti è quello che mia madre ha strategicamente posizionato davanti alla porta d'ingresso. Brutto, bruttissimo, con decorazioni dal retrogusto gotico. Ogni volta riesco a specchiarmici solo per un attimo, mi guardo di sfuggita con la coda dell'occhio, alla ricerca dell'ennesimo difetto, prima di aprire la porta in maniera rocambolesca e ritrovarmi davanti a te che sembri scrutarmi ironicamente.
Ecco, ci sono cascata.
Ne ho scritto. Solo perchè mi sono distratta e ho dimenticato di parlare dello specchio del bagno, davanti al quale, usando il phon a mò di microfono mi cimento in esecuzioni complicatissime. L'effetto vento, come nei peggiori video musicali anni '90, è forse ciò che le mie amiche maggiormente m'invidiano.
[foto rubacchiata dalla cartella di Fratello che fotografa Dublino]
I Beatles dicevano che la felicità è una pistola calda. Vero.
Ma dopo che la pistola ha sparato, la felicità è il pane croccante, sgranocchiato parlando di uomini codardi.
Pensare a vecchi dilemmi irrisolti e capire che la soluzione non esiste perché è il problema a non esistere.
Cambiare continuamente canzone e trovare quella che avevi dimenticato e che ti faceva impazzire, a 12 anni.
La felicità è silenzio mentre il fumo si mischia ai nostri desideri esili.
E il tempo produce speranza, ormai. L'angoscia si è dissolta nel ritmo dettato da Derrick Plourde.
Perchè è bello abbandonarsi ai pensieri stupidi, perché stamattina non avevo voglia di venire fuori dal guscio.

Come faccio a postare un odore, uno sguardo, una tonalità di rosso particolarmente accattivante ed una tonalità di verde per niente banale?
Se cerco di tenermi su, ma il tenore di pensieri che mi passano per la testa mi riporta irrimediabilmente giù, devo dedurre che ci sia una disfunzione nella mia volontà? O in qualche altra zona del mio cervello?
Il silenzio è una massa informe, malleabile, raggomitolata su se stessa. E' il linguaggio l'unico mezzo per distenderlo, per ricavarne qualcosa di commestibile. Ma bisogna avere una gran forza nei polsi.
American History X non è la stessa cosa, senza la scena finale in cui Norton si rasa nuovamente i capelli.
- Sunday morning and Im falling, I've got a feeling I dont want to know -
Il pensiero saltella da Kurt Vonnegut, autore che ho conosciuto da poco ma che ho amato fin da subito, a quel ragazzo che intravedevo per i corridoi della scuola e che ogni mattina tirava fuori quella chioma fluente dal casco.
Tra ieri e oggi il sole è riuscito ad estirpare via tutta l'umidità lasciata dall'inverno che, arrivato timido, stentava ad andare via del tutto.
Non erano i giorni ideali per morire.
E questo non è il post ideale per le commemorazioni.
Mi faccio scivolare il tempo addosso, mi sembra quasi di sentire la carezza calda del vento buono.
E' tutto dannatamente uguale al liceo quando, non riuscendo a risolvere un'equazione, rincontrollavo i passaggi fino alla nausea senza riuscire a focalizzare l'errore.
C'è qualcosa che non va, mi sfugge la mossa sbagliata.
Le parole a mia disposizione risultano ridondanti al cospetto degli stati d'animo che vorrei esternare.
C'è che sono tesa.
Questo depresso/depressivo, e a tratti patetico, appunto sul mio quaderno era seguito dal titolo e dal nome dell'autore di un libro, trovato questa mattina tra i prodigiosi cestoni di libri a cinque euro che Carrefour dà in pasto ad inconsapevoli casalinghe, finite tra quelli scaffali in cerca del Dash in offerta.
Dato l'enorme carico di malumore d'ordinanza da sorreggere, la mia memoria a brvee termine lo aveva messo un pò da parte sino a quando non è stata sollecitata a ritirare in ballo quest'esperienza da ricordare.
Ebbene.
Titolo: Il libro del sesso
Autore: (nome proprio illegibile) Godson
Copertina rigida decorata da vistose strisce gialle e fucsia.
Sono irriducibile.
Un libro con un titolo ed una copertina del genere non poteva passare inosservato ad una come me. Nonostante il malumore, la tensione e blablabla.
Non era una guida al sesso come quelle che ci si aspetta di trovare in un ipermercato (per intenderci, quelle con consigli sul sesso orale, sulla frigidità e tutte quelle cose che possono saltarti in mente mentre, da quarantenne un pò triste e prossima alla menopausa, sei impegnata a scegliere tra fusilli e farfalle): apro una pagina a caso e mi ritrovo davanti ad una raffigurazione, per la scelta dei colori molto vicina alla pop art, dell'organo genitale femminile. Sorvolo sulla sua (poco) probabile validità tecnica per soffermarmi su un altro gustoso aspetto del libro.
Ogni capitolo trattava un argomento, al lato del libro vi erano delle citazioni di persone che magari negli States hanno la stessa posizione culturale che riveste Flavia Vento qui in Italia. Comunque. Nel capitolo riguardante la masturbazione anale, una donna del Nord-Carolina di nome Rachel raccontava in toni entusiastici di quando suo marito le disegno i baffi con. Con. Ecco, con i "residui" della masturbazione anale che le aveva praticato qualche secondo prima.
Un anneddoto illuminante.
Ecco perchè poi sono rimasta interdetta quando, chiudendo il libro, mi sono ritrovata davanti a mia sorella, di ritorno dal reparto ortofrutticolo, che mi chiedeva se le melanzane le preferivo arrostite piuttosto che fritte.
Non ho ancora trovato l'errore nell'equazione di queste mie giornate depresse.