
Neanche questo si può tradurre facilmente in parole, tanto sembrerebbe banale. Se ne stanno partendo i miei anni del Liceo, ieri era l'ultima sera in cui aveva senso mettere insieme i ricordi che ci legano. Affetti infantili scoccati al primo sguardo, o conoscenze mature che hanno tardato a farsi strada. Tutto si sta dirigendo lontano, come quel treno che porterà ricordi evanescenti dall'altra parte d'Italia.
Ma in mezzo a questa comprensibile amarezza si fa spazio il pensiero delle radunate di classe di Homer Simpson e allora un sorriso scappa, ma solo tra un sorso e l'altro.
Barricate nell'ufficio. Alberi, lamiere e cassonetti ballano un furioso tango con il vento. Qualcuno ha visto volare ombrelloni e lettini colorati, qualcuno è stato investito da una tenda canadese. I resti dell'estate sballottolati da un aria incattivita. Barricate nell'ufficio alle prese con una porta che minaccia di rompersi rovinosamente. E' arrivato l'autunno, si parla di danni irreparabili alle anime dei festaioli. Solo oggi riesco a scriverne.

Tokyo abbagliante, Tokyo troppo oscura, Tokyo dispersiva, Tokyo avvolgente. Nel mare di luci e suoni della grande metropoli, stentando rimangono a galla due isole, Bob e Charlotte. Lui, attore marito e padre decadente, disilluso, ma non abbastanza invecchiato per essere incapace di riderci su. Lei, laureata in filosofia, mentalmente disoccupata, al seguito di un marito fotografo perennemente assente nella vita di coppia. Metti una notte insonne, un isolato bar d'albergo, qualcosa d'alcolico nel bicchiere e al tuo fianco qualcuno del tuo stesso identico umore.
Quello di Lost in Translation è uno spassionato omaggio all'amicizia, seppur fugace, sincera e senza scrupoli. Un omaggio alle situazioni in cui due anime si sfiorano e , timidamente, iniziano a ballare un seducente fandango, senza dare importanza alla "fine" che incombe. Circondati da una lingua che non comprendono, Bob e Charlotte, il primo inseguito da una moglie che gli spedisce fino in Giappone i campioni di moquette e la seconda con il futuro che le soffia sul collo, si comprendono pur parlando poco e si isolano in un mondo che è un angolo privato, isolato dal Giappone, ma soprattutto dall'America; una baia di tranquillità dove è più facile tirare un sospiro di sollievo e trovare la forza per ripartire.
E non poteva esistere un titolo migliore, perché così come sono persi in un mondo che non sanno tradurre, i due si ritrovano anche sospesi in stati d'animo che non possono esseri tradotti in parole. E guardali, mentre si fissano senza l'esigenza di dire niente, perché non c'è proprio niente da dire, niente da fare. Guardali, perché quella è autentica e incantevole bellezza.
Just like honey è il pezzo musicale che impreziosisce il finale, un trionfo di sensazioni che, nate piccole, si sono amplificate lungo l'intera pellicola e che, dopo tutto, lasciano un gusto agrodolce nella bocca dello spettatore.

Today I look so good, just like I know I should!
Guardavo la solita feccia in tv, con aborti di femminilità in bikini striminziti per piacere di più al "maschio" medio italiano. Nelle orecchie avevo ben altro I've got 54321,I've got a red pair of high-heels on. Mi godevo il contrasto tra la voce di cervelli illuminati, al pari della zia Simone, e i volti di crani vuoti ( dimostrazione del fatto che in alcuni casi le teste sono fatte solo per i capelli!). Vedevo culi agitarsi da una parte e dall'altra e nelle orecchie ancora You can do what you like, there'll be no reprisal, I'm yours, yes I'm yours, it's my means of survival.
Poi, il mio pensiero ricorrente: non esiste un essere più maschilista di una donna che subordina la sua esistenza all'uomo, che sceglie di oggettivizzare la sua essenza per trovare un posto in società; ignorando che non quella non è dignità, libertà; ignorando che si dà inizio ad un brutto circolo maschilista dal momento in cui si inizia a parlare di "emancipazione".
Completamente d'accordo con chi ha avuto il genio di parlarne decine di anni fa: la donna non è la seconda faccia della medaglia maschile. La donna dovrebbe cercare di basare la sua esistenza su valori propri, diversi da quelli della forza fallica- virilità che l'uomo per secoli ha proposto. Ma non è forse più facile svegliarsi alle sette di mattina, trucco e parrucco, e poi mettersi in mostra come carne da macello piuttosto che scontrarsi con i luoghi comuni ormai ingredienti principali della vita civile (ovvero donna come moglie, donna come mamma, donna come collega e mai donna in quanto donna)?
Il servizio su Miss Italia, la canzone anche. Dovrei ritoccarmi il mascara?

Ed è in modo lunare che accolgo queste parole asciutte, senza riflettere me le faccio scivolare addosso. Penso che è bello averle sentite prima di domani, è bello aver passato un giorno in meno senza conoscerle, senza prendere atto del fatto che qualcuno le abbia buttate giù in un momento di sincera disperazione. Abbiamo tutti paura, in verità.
"Here we are in our final accord
A mortician and his tools
Sonically bury you
You could have chose another chord to resolve on"
Lagwagon - Resolve
Dalle mie parti si è soliti dire "Il non vedente prende in giro lo strabico". E' quello che mi viene in mente pensando alle parole di Ratzinger (condivisibili o meno) sul fondamentalismo islamico. Colui che, prima di diventare pontefice, era il responsabile dell'ortodossia cattolica; colui che, una volta diventato pontefice, ha fatto regredire l'atteggiamento cattolico riguardo ad argomenti "caldi" della società moderna e non (v. ateismo, omosessualità, fornicazione e contraccezione, sessualità e femminilità in generale); insomma quest'omino che, con indosso il suo abito da migliaia di euro, si permette di parlare di debito pubblico, rapporti internazionali e guerra, ora arriva a pontificare (mai verbo fu così adeguato) sul fondamentalismo islamico.
Niente giustifica gli atti di violenza dovuti al fondamentalismo religioso (siano essi legati ad un discorso o a manifestazioni in cui si bruciano foto e bandiere). Perché tutto ciò è quanto di più lontano possa esistere dalla spiritualità e dalla religiosità individuale. Dio non è nell'anello d'oro del Papa e non è nei veli che le donne sono costrette ad indossare. E quindi, se da un lato, possono essere condannate le reazioni spropositate della fascia islamica più estrema, non si può fare a meno di pensare che quel qualcuno, prima di esprimere giudizi sul "mondo esterno", dovrebbe stare a guardare come crescono male gli alberi del proprio giardino.
Mi è sembrato di capire che tra giornali e riviste si facesse riferimento al cossiddetto" affare vignette" dello scorso anno. E' evidente che il problema non abbia la stessa portata, inutile specificare che l'anno scorso la questione era stata amplificata in modo enormemente ignorante e, oltretutto, il disegnatore non rivestiva una carica pubblica e si era avvalso del diritto di esprimersi, nei limiti del rispetto, attraverso la sua arte. Mentre un capo religioso ha una tale visibilità che dovrebbe portarlo a badare esclusivamente a ciò che concerne la sua religione, senza esprimere giudizi ambigui su situazioni di natura estremamente controversa riguardanti altri credi.
Il punto non è : essere atei o credenti, cattolici o islamici. Se si ha una carica spirituale tale da credere in uno spirito superiore, allora non si può non credere in se stessi lasciando da parte tutti questi esponenti "religiosi" che non fanno altro che fingere di essere stati mandati da Dio per curare in effetti solo i propri interessi puramente materiali. Altrimenti come si fa a non pensare ai rinoceronti di Ionesco?
- Mia figlia si avvale della masturbazione
E poi qualcuno che rispondeva che è normale a quell'età, che è solo da grandi che diventa una perversione. La mia zia più ignorante che si avvale del verbo "avvalersi"; mi suona davvero strano, non poteva che accadere in uno dei miei sogni stanchi, quei miei sogni appesi alle lancette dell'orologio severo, quei sogni che sbavano per altri cinque minuti di calma quando la colonna sonora mattutina è la sveglia stonata, irruente e distruttiva. Come mia madre, ma questa è un'altra storia. Perché ci vorrebbe una sorta di "Brief an die Mutter", la versione al femminile di quella del caro Franz, per snocciolare esaustivamente quello che penso su quella questione.
Ma stavamo parlando del sogno, lasciamo perdere mia madre, la sveglia e le inutili cose che riempiono la mia vita diurna.
- Mi figlia si avvale della masturbazione, ma è troppo grassa e, ad ogni orgasmo, rischia un infarto perché il grasso le sta ricoprendo il cuore come un'unta carta da parati.
Tutt'intorno che dicono banalità e io, all'angolo del tavolo, che non penso affatto alla sorte della mia cuginetta, ma mi dilungo in prolissi paragoni tra il mio femminismo e tutto ciò. Mi perdo nell'odore del caffé bruciato. Penso ancora ai miei tredici anni e ai miei diciassette, penso a quant'ero sana perché vivevo bene la mia sessualità, perchè scherzavo e ridevo come qualsiasi adolescente fa, ma finge di non fregarsene. Affogo nel canto delle cicale e nel rassicurante rumore degli aghi di pino sotto le scarpe, quasi muoio nel ricordare i gelati ai frutti di bosco assaporati con lentezza al chiaro diluna, nel piccolo ed accogliente e degradato giardino di casa mia. Sono un ricettacolo di stimolazioni sensoriali, la linea della mia vita è virtualmente proiettata al vertice, quando...
- Ma non devi lavorare, oggi?
E' mia madre, la mia sveglia, l'oblio della quotidianità