A lui il suo lavoro piaceva abbastanza. Stipendio buono, vitto, alloggio, rispetto tra i compaesani e le responsabilità più incombenti erano, al massimo, quelle di inamidare come dio comanda i colletti del parroco, lucidare a nuovo il marmo dell'altare, avvisare cortesemente gli invitati dei matrimoni di gettare il riso sugli sposi solo una volta fuori dalla chiesa.
Mansioni semplici. Era come ripetere senza coscienza i dettami materni della perfetta donna di casa. Affrancandosi dall'incombenza di una peccaminosa vita di coppia.
Sì, a lui il suo lavoro piaceva.
C'era solo una cosa che non sopportava. Ed era il dolore concavo delle figlie che piangevano le anziane madri, dipartite magari di notte nel sonno a novant'anni; quel dolore che solcava quei visi prima dotati di sfacciata sensualità, quel dolore incomunicabile e omertoso che si adagiava sulle rughe dei dispiaceri tipicamente femminili. Ecco cosa non sopportava, Elio, e lo si può ben capire da questo scatto, la vedete quella nota di disgusto che gli incrina il labbro superiore verso destra? Sono le donne ed il loro dolore senza voce. Insopportabile.
Poi al suono del campanellino, il labbro tornò al suo posto, Elio alzò il capo ed iniziò a recitare a gran voce l'Atto di dolore e, sì, per quello che prendeva a fine mese, credeva ne valesse ben la pena, di recitare e controllare i muscoli facciali.
Oh I know that I left you in places of despair
Oh I know that I love you, so please throw down your hair
(D. Rice - The Animals were gone)
Questa volta sono andato via per non tornare mai più.
Neanche se la voglia di assaggiare la tua pelle mi renderà inabile, folle, irrecuperabile.
Non tornerò, questa volta no.
Troppe volte i miei pensieri hanno preso fuoco perché i tuoi soffici capelli, sfiorandomi i neuroni, inciampavano accindentalmente nelle sinapsi del piacere. Non tornerò perché saperti sola ti rende ancora più amabile: t'immagino sperduta nella Terra del Sole, seduta su un divano di pelle a leggere e leggere e leggere ancora. E ti amo più di quando mi dormivi addosso, sfinita dal troppo pensare.
Non tornerò perché quando m'hai salutato, ieri, mi hai abbracciato più forte di quanto il mio cuore malandato potesse sopportare; e poi hai sorriso in quel modo così aperto, così canonicamente bello, che solo a starti accanto ci vuole un gran bel coraggio e io quel coraggio l'ho svenduto anni fa, quando ho investito tutte le mie energie nel vuoto ripetersi di azioni che non hanno portato altri guadagni se non quelli in denaro.
Ho deciso di non tornare più, proprio nel momento in cui, con la camminata scanzonata di sempre, tornavi a casa portandoti dietro la tua aurea di affinata saggezza e di irriducibile fascino.
L'inverno è alle porte e l'unica cosa che mi sembra opportuna fare per non dover rivedere le mie fondamenta, è svanire nell'insieme dei tuoi ricordi calendarizzati, dei quali ti auguro di parlare distrattamente tra qualche tempo, sorseggiando del Porto in un bar all'aperto.
La testa appoggiata alla finestra, fuori piove ed è ancora giovedì.
A che pensi? - gli chiede la madre, senza neanche voltarsi, assuefatta ed un po' rasserenata dall'idea che suo figlio non parlerà più, non camminerà più, non vivrà più e non le lascerà più vivere quella vita misera di lamentele e perbenismo.
Alza un po' il volume della tv perché sulla rai stanno spiegando come si fanno i bucatini alla caruso, alza la tv perché se anche Alberto iniziasse a sibilare qualcosa lei preferirebbe non sentirlo affatto.
E Alberto potrebbe usare la lavagna con le lettere e i disegni e indicare la pioggia, l'automobilina rossa, i bimbi presi per mano, il medico e il bambino che dice Ahia!, oppure potrebbe strisciare lentamente l'indice lungo le lettere e raccontare ciò che resterà nella sua testa, almeno sino a quando non tornerà il sole.
Raccontare delle facce degli amici che erano con lui e di quella pioggia che si lasciava attraversare a stenti dalla sua macchina, potrebbe raccontare del torpore dietro le palpebre, del fatto che nessuno dicesse più una parola da ore oppure potrebbe parlare della musica che ha continuato ad andare anche quando nessuno di loro era più in grado di ascoltarla. Potrebbe descrivere come arrivare sull'asfalto bagnato gli abbia dato la sensazione di stendersi su un tappeto di velluto grigio e tornare bambino e svegliarsi cullato da un'infermiera inenarrabilmente brutta e amorevole.
E invece Alberto resta fermo: la testa appoggiata alla finestra, fuori piove ed è ancora giovedì; resta fermo e rimpiange l'inferno e l'alterazione di un mese fa. Vede tutto ed addirittura avverte quel moto in gola che deve aver sentito a tre anni quando, dopo insistenze e maldicenze familiari, iniziò a parlare con estrema riluttanza.
Non dice una sola lettera, pensa a me, al mio sorriso e al fatto che io sia la sua unica occasione per farsi un'infanzia felice, anche ora che l'infanzia s'è persa, disgregata tra gli anfratti dei suoi vizi. Dissolvenza in nero, resta l'ossessivo ticchettìo della pioggia e la sagoma di Alberto che, alla finestra, aspetta che arrivi domenica, il sole e la mia aurea di viscerale comprensione.
Certi periodi profumavano come il pane appena sfornato in cucina, suonavano come la nenia più dolce, apparivano come il più caldo dei quadri di Kirchner. E il peso specifico dei pensieri equivaleva a quel quadrato d'aria tra la mia schiena e la tua testa sulla mia schiena.
Poi tutto si è perso per strada e alla noia imperante si sono aggiunte le discussioni sulla speculazione del commercio d'uva. E anch'io mi sono persa per strada, ma ora con la pazienza e la perseveranza di un francescano, i miei piedi mi hanno condotta sino a qui. Dietro l'angolo ci sono le Faroe, i tetti verdi, villaggi di sei abitanti e uno sei tu, sotto un tetto verde, con pensieri appesantiti dall'aroma del pane, dall'eco di quella nenia, dalla scia di quei colori.
E' questo mese che incute buone speranze, anche quando mancano totalmente i presupposti.
Facciamo così, allora.
Io porto l'alcool e tu da fumare. Io l'animo e tu la parola.
Io la perseveranza e tu la pigrizia.
Io porto le foto che ti ho scattato quando non te ne accorgevi, porto i numeri dei fumetti che ti hanno fatto ridere di più, porto una nota e duecentomila versi di buona speranza. Tu portati dietro solo te stesso, che già è abbastanza, abbastanza per iniziare.
Mettiamo gli zaini in un angolo e ce ne andiamo a camminare per le strade di Praga, illuminate di traverso al tramonto, coi venditori e i musicisti contabili sul pontecarlo, con quegli odori concentrati tra le piccole finestre della città vecchia. E poi lasciamo gli zaini da qualche parte che Stoccolma è già distesa sulla chaise longue ad aspettarci, una dama bon ton ma disponibile.
Porto tutto, tutto quello che non posso lasciare e che non posso dimenticare, tutto l'indispensabile per non tornare, tutte le urla che ho nella testa e le centotrentatrè righe che ho nella tasca. E tu, tu porta tutto, che non si sa mai. Che imbroccando o sbagliando riusciamo a venir fuori dal mucchio.
Questi capelli corvini sono di Selene, stanno sul pavimento perché mia madre, in preda ad una lucidità omicida da vera psicotica decise di tagliarglieli nel sonno.
Non so bene il motivo per il quale nell'estate del 2009 Selene dormisse da noi, forse solo perché lei era una ragazza madre disperata e senza un soldo e mia madre invece aveva una famiglia felice e affievoliva i sensi di colpa verso il mondo intero aiutando il prossimo in un modo sconsideratamente ingenuo.
Fatto sta che ad un certo punto Selene decise di scoparsi il secondo marito di mia madre ed il secondo marito di mia madre si fece prendere dall'idea di promuovere l'amore universale, la famiglia allargata, la poligamia e tutte quelle cose che credi succedano solo nei film e invece succedono anche a casa nostra.
Un giorno, il 27 luglio, avevo tredici anni e due giorni, mia madre mi annunciò che avrei fatto delle vacanze sfigate da mio padre che non vedevo da circa dieci anni e che, per inciso, pronunciava biascicando in media sei parole al giorno (buongiorno-buonappetito-buonanotte). Mi disse "Vacci senza opporre resistenza, ti prego", poi disse "Devo fare qualcosa di brutto a Selene e ti giuro che se l'è meritato...tu che consigli?" e io "Non so, ma usa forbici e rasoio ché sanno di vendetta".
Tac*. Un taglio secco, nel sonno. Il rasoio l'avrebbe usato per puntarglielo alla carotide nell'eventualità si fosse svegliata durante l'operazione ai capelli, e invece niente, dormiva come un sasso, cullata dalla felicità di aver trovato un uomo che l'adorasse, una donna che le facesse da madre ed anche una sorellina piccola che l'aiutasse col bambino.
Questa foto mia madre la scattò per farmi ricordare che l'istinto femminile può farti fare brutte cose, come per esempio tagliare degli splendidi capelli alla tua rivale, fare un pompino in bagno al marito della donna che si prende cura di te o maltrattare il bimbo della donna che tua madre ha deciso di prendersi come seconda figlia.**
Il giorno in cui finì l'estate era il 4 settembre, tornai a casa e mia madre e suo marito stavano guardando un programma a quiz molto in voga a quell'epoca, nessuno mi chiese di parlare della mia estate che fu l'estate più bella della mia vita perché imparai a stare sola e a stare bene e io non chiesi loro notizie riguardo all'assenza di Selene e del suo polpettone, non chiesi neanche il motivo per il quale quella foto dovvesse restare appesa sul nostro frigo (e ci restò per sempre). Sapevo che era un buon motivo. Poi quando il tipo in tv vinse un milione di euro, andammo in cucina a preparare la cena e a Selene non ci pensammo più per circa trent'anni.
*Molto spesso ho pensato al rumore rigenerante della lama delle forbici che dava un taglio a quell'infinita bellezza nera. Ho pensato che quel rumore, in quell'istante preciso, abbia allargato sul viso ovale di mia madre il sorriso di chi sta ammazzando qualcosa per la sola necessità di sopravvivere; ho pensato che quel rumore abbia sancito la certezza di non vedere mai più Selene aggirarsi nelle nostre stanze, mentre sia io che mia madre sapevamo che suo marito sarebbe restato lì, immobile, sul suo divano amaranto, lusingato dal sentirsi conteso, protetto dall'idea di subordinazione maschile del matriarcato.
**Non è vero che lo maltrattavo quel polpettone (avvolgere un bambino in un plaid in modo che non si possa liberare e lasciarlo lì per un paio d'ore non significa mica maltrattarlo), ma qualche piccola soddisfazione dovevo pur prendermela.
Sai, oggi camminavo per strada e l'ho sentito.
Pensavo ad altro, al sole che bruciava i resti dell'estate che porto sui capelli pensavo, pensavo a quanto tempo fosse passato velocemente e a quanto altro si fosse invece contratto in una nebbia di giorni che tendo a confondere tra loro.
Camminavo in una strada di quelle che si annodano tra i ricordi di incroci, arterie e tristi code ai semafori. Strade che sembrano infinite solo le percorri a piedi, strade che sembrano offrirti qualcosa solo se porgi loro un attimo infinitesimale della tua attenzione.
E' così che l'ho sentito. Ho abbassato lo sguardo e, in quel punto in cui il marciapiede andava a tuffarsi in un tratto non cementato, ho sentito chiaramente l'odore acre della Scalinata della Valle, al quale non facevo caso quando, con i polmoni sotto sforzo, risalivo gli ultimi gradini per tornare a casa; eppure a risentirla così, amillechilometrididistanza, quella cosa che mi graffiava le narici mi è sembrata un dettaglio prezioso, era insieme un dato olfattivo, acustico, tattile e visivo.
L'odore dell'orto e l'acqua piovana che ristagna, i discorsi giù al bar, il buon vicinato da finestra a finestra, lo scricchiolare delle persiane rotte, la ghiaia sotto i piedi nudi, di notte, la Lissa e tutto quello che offre, la roccia calda dietro la schiena, il vento di traverso, lo scricchiolio dei vecchi pavimenti e il miagolio dei gatti più felici del mondo, il silenzioso incedere dei rancori. Tutto questo nel promiscuo odore di erbacce e terra umida, surriscaldata dai 40 gradi di un sole senza pietà.
Tutto questo in un attimo, mentre percorrevo una strada qualsiasi e con umore qualsiasi pensavo alle cose che non riesco a dire, che restano lì accucciate nella faringe e che, occasionalmente, si sfregano contro l'odore della Scalinata.
Tutto il vento, tutto il tempo, tutta la verità.
Guardo giù e perdo il filo della mia esistenza, mi guardo intorno e capico che questa è la via regia per la felicità, pura, rabbiosa, assoluta.
Non ci sono soluzioni perché non ci sono problemi.
Potrei perdermi dietro parole aguzze e raffinati aggettivi crudeli, ma la verità è che sono stata ferita in quel posto dolorosissimo che neanche un tiratore scelto avrebbe saputo beccare con un solo colpo e la faringe mi si è annodata e la verità ancora più profonda è che qualcuno, molto prima di me e decisamente meglio di come potrei fare io, ha descritto come mi sento.
Così.
And in the end, the love you take is equal to the love that you make
Tengo la vita in una busta, come si fa coi pezzi dei puzzle che non si riesce mai a ricomporre.
E' che certe volte mi sfiora l'idea di essermi perso qualche pezzo e allora stringo paranoicamente la busta tra le mani, come se fosse un tesoro prezioso, e del benevolente aiuto altrui me ne faccio beffa apertamente.
Tengo due o tre cose da dire sulle pareti della faringe, ma ho deciso di congelarle e tirarle fuori per tempi migliori.
E' che le parole sono diventate materia ardua per me, soprattutto da quando ho iniziato a pensare su.
Tengo un paio di ricordi, li tengo qui, riesci a vedere?, tra l'atrio e il ventricolo sinistro di questo cuore atrofizzato, li tengo al caldo perché è l'unico modo di farli sopravvivere all'uragano.
Ed infine tengo, in un antro remoto della mente, un'immagine di te ben precisa che solo a vederla sorrideresti e annuiresti tirando su col naso, ma è tutto questo che resterà celato, mescolato assieme a quei pezzi che non hanno senso e che montati uno accanto all'altro andrebbero solo a comporre l'ennesimo banale vissuto emozionale.