In un attimo, prese a ricucire i fili che aveva lasciato pendere dalla trama delle sue relazioni per tutti quelli anni. Prese a ricucirli con la cura paranoica di chi non conosce bene l'obiettivo da perseguire, ma continua a testa bassa, prese a ricucirli con la speranza adolescenziale di ricavarne fuori un arazzo perfetto, da appendere nel salone più illuminato della sua coscienza, da mettere in bella vista su quella parete alla quale tante volte si era appoggiato cercando di spogliarsi dei propri sentimenti.
Ma la verità è che nel momento in cui un filo veniva incastrato in un percorso ideale, tutti gli altri cedevano, stanchi, esausti, e non c'era verso di ricavare un disegno unitario. Si tirava il capo di un filo e tutti gli altri rapporti si increspavano in una smorfia di disgusto.
Approssimativo. Incocludente. Irrazionale. Sfuggente. Volubile.
Mettere in ordine alfabetico gli aggettivi che da sempre gli erano stati attribuiti era ora l'unica cosa che lo legava al passato, agli altri, l'unico passatempo che poteva permettersi di fare senza recare disturbo.
Qui, sottocorteccia. Ecco dove resti.
Al riparo, sotto il mio lobo frontale. Ignori le scelte, le decisioni, i ripensamenti, i rimpianti.
E quando credo di essere altrove, quando credo veramente di aver scovato un'uscita d'emergenza, realizzo di essere semplicemente tornata in quel groviglio di neuroni a farti un saluto.
Vedi, lo sapevo che sarebbe arrivata.
Ci vuole troppo tempo per aspettare che l'Umore si rimetta in sesto e che quest'inutile vagare conduca in un luogo che non sia solo un vicolo cieco tra mura insormontabili.
E' che oggi la ricerca compulsiva di un trampolino mi ha debilitata. E' che lo so che piove e poi smette, ma questa spiacevole sensazione d'eterno mi fa venire l'ansia di cercare tempo, perché ci si convince di non averne quando in realtà il tempo è infinito.
E' che l'immortalità per un accidioso equivale ad avere il cancro per una persona qualsiasi, un'agonia lunga, senza soluzione di continuità. La frustrazione dell'impossibilità di arrivare, è questo che lacera ed inonda di grigio tutto il resto. Come una tempesta qualsiasi, come questa tempesta, attesa da mesi, impressa nel marmo.
Helmer, lo scemo di casa, andò via di mattina presto.
Immagine sfumata di lui voltato a tre quarti che saluta senza malinconia. Immagine di una tristezza che se ne va in altre sconfinate lande di solitudine
Helmer balbettava e nessuno in famiglia capii per davvero perché avesse deciso di mettersi da parte, nelle retrovie delle vicende umane.
C-c-c-iaaaao
Helmer che non si allontanava da solo neanche per andare al tabacchino. Helmer che ora andava via per sempre, eccolo, nella sua espressione peggiore, la bocca spalancata in un modo plastico, nell'estremo tentativo di canalizzare i pensieri attraverso la faringe, su per il cavo orale.
Tempi che bastava un utopia per dare vita ad un progetto, che non serviva un navigatore per orientarsi, tempi che, direbbe mia madre, il tempo non era malato come ora e l'estate era estate, ma con moderazione. Tempi che si dormiva comunque con le porte chiuse a chiave, direbbe mio nonno, che noi non si è mai stati intimi col potere. Tempi che mancava il latte per i neonati e l'acqua la si prendeva alle fontane.
E' questo che racconta Helmer, con il suo cappello sdrucito ed una giacca cascante sulle spalle, con la mano deformata alzata a mezz'aria, questo racconta quell'uomo biondo senza dio, figlio di nessuno, cresciuto mangiando tulipani e prendendo a morsi il ventro tra gli ulivi, il bambino che godette di un amore più forte perché era diverso, balbuziente, stupido, biondo e con un nome tedesco.
Helmer che sopravvive in questa foto nel fondo di un cassetto e là fuori chissà che uomo è, chissà se ancora è, o se ne resta solo l'eco del suo balbuziente incedere.
Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa esser solo in mezzo alla folla afffacendata
(C. Baudelaire)
Sembra che la gente non voglia veramente sapere, ma solo dare all'angoscia di morte una misura in centimetri di diametro, un nome altisonante al Male, a volte esterno ed immutabile, altre volte interno, sottopelle, pulsante e vivo. Questo dice Dafne al telefono e poi getta ciò che resta di una sigaretta, la vede saltellare e scintillare sull'asfalto, chiude la conversazione senza salutare ed insiste, senza soluzione di continuità, a ripercorrere questa considerazione quasi fosse di ceramica preziosa, importata da un posto lontano, di inestimabile ed incomprensibile bellezza.
Fuggire ora da queste logiche esistenziali contorte.
Ignorare le notti di maggio che scavano sul fondo dell'angoscia riesumando brutti ricordi imputriditi e imbelletandoli per l'occasione.
Non badare alla sensazione da insetto in barattolo. (Non riesco ad uscire. O forse semplicemente non riesco ad entrare?)
Fuggire ora. E lasciare a casa i bagagli, i biglietti, i libri, i puntini di sospensione alla fine delle frasi, i ci vediamo ci sentiamo presto, gli appuntamenti, le rivalità, le inibizioni e tutte queste stupide parole, i diciassette, i diciannove e i vent'anni, lasciare quei ricordi fotografici, l'eco delle voci impastate, le ambizioni, gli arrovellamenti per strappare qualche ora all'oblio, lasciare gli appunti sulla vita e i suoi derivati, lasciarli lì e dimenticarsene per sempre. Farsi sospingere dal fuoco lento dell'amnesia, fermarsi e rendersi conto di non poter mai arrivare quando la meta è solo una sinapsi tra il pensiero della felicità apparente e quello della gioia effimera.
Fuggire ora. E farlo velocemente.
Let's talk about Tomorrow
C'è da rimettere un po' d'ordine, togliere la polvere accumulatasi su alcune questioni lasciate in sospeso e incollare i cocci di cose rotte e nascoste subitaneamente in un angolo.
C'è da riprendersi forza, coraggio e tono muscolare. C'è da ritrovare quel mazzo di chiavi e da lasciare alla porta un po' di pensieri.
C'è quell'ossessione che ritorna e che neanche le mille ossessioni appena acquisite potranno mai coprire.
E poi c'è tutta questa musica, riesci a sentirla? Come ci si può perdere dietro l'ennesimo vezzo linguistico, quando bastano appena dieci secondi di questa musica per descrivere il marasma che ho dentro.
C'è il silenzio che è preludio alla tempesta più spaventosa, c'è il buio che è solo l'anticamera del domani.
Ed infine ci sono quattro righe, un misero tentativo di spiegare come ci si può perdere in quel misero bicchiere d'acqua che è, in fondo, la vita.
Non succede assolutamente niente, è tutto solo un inizio.
Un inizio continuato, straziante, spossante.
Non succede niente, non finisce niente.
Sei lì che cerchi di ricucire i tuoi schemi a ciò che ti succede e ti accorgi che, a furia di cercare di diventare ciò che volevi essere, sei solo diventata la copia della copia della copia di un'ambizione sbiadita e sfocata.
E questa è la vita, dopotutto. Questo pensa Dafne, ingoiando l'ultimo pezzo di panino, restandosene seduta sul gradino a guardare le formiche che merleggiano attorno alle briciole e pensando che non è poi così male. L'attesa continua di un istante che, quando arriverà, non noterà neanche. Troppo impegnata com'è a leccarsi le ferite.
Non è sempre facile dire la verità, specialmente quando si deve essere brevi
(Sigmund Freud)
Nel momento in cui quella cosa ti passerà per la testa, ma eviterai di dirla, e tutto ciò che è successo fino ad oggi passerà in rassegna davanti ai tuoi occhi basiti, facendoti capire che era già tutto chiaro sin dall'inizio; nel momento di massima lucidità in mezzo al turbinìo di sospiri interrotti, quando persino una singola nota sarà portatrice di innumerevoli ed inenarrabili significati, tu ti fermerai, ti toccherai i capelli e guarderai verso il basso. E io, continuando a camminare svagata, inizierò a valutare ogni singola parola come una questione d'Amore.
Tutto confuso, ma tutto estremamente chiaro, in quel momento.
Quant'è difficile restare allegri quando le cose (ci) cambiano e non sappiamo se il nostro paracadute si aprirà, salvandoci, o ci abbandonerà in una valle di effimera gioia dove ci schianteremo senza avere neanche il tempo di fare due conti.
Elucubrazioni reprorevoli
Quella voce di quelle urla sconsiderate per una gioia effimera, quella voce che credevi di non ricordare e invece se ne stava campionata all’ombra di pensieri che preferisci, pronta a sbucare in un momento come questo. Quella voce, sì, quella voce che la prima volta che l’hai sentita t’ha fatta ridere, una risata fotografica alla Jules et Jim, la seconda t’ha fatta incazzare e poi la terza è stata la volta in cui ti è mancato il fiato per un istante.
Dice si parte e poi scompare dietro la sua coltre di irresolutezza emotiva.
E i giorni si sprecano.
E gli istanti non si distinguono più.
A volte, la vita è semplicemente come la spesa che passa sul rullo della cassa. E tu stai lì a guardarla, commiserandoti per tutte quelle cose inutili che ti appesantiranno le braccia. Stai lì a guardarla e pensi che alle volte ci si deve sentire proprio tanto soli per mettere col repeat una canzone nel lettore e farla andare per dieci volte, o più, di seguito. Ed è una canzone che parla di Vuoto. Una canzone così sublime, così vera e così umana che sarebbe potuta non esistere.
Guardi la tua spesa, la tua vita, che scorre alla mercè degli sguardi indiscreti di tutta la gente che si ferma e dice ahah guarda un po’, guardi gli spigoli delicati del tuo essere, toccati e maltrattati da mani incapaci e quella canzone continua ad andare. E’ solo un stato d’animo.
Non senti che ti chiamano. Non senti niente. È solo uno stato d’animo. Hai fretta di rimettere tutto a posto, di tornare a casa, da sola, a limare le insoddisfazioni che ti graffiano la pancia. È solo uno stato d’animo.
E invece alla fine quella voce la senti distintamente, cerchi di mandarla via, ma ti trapana il cervello. Poi, quando capisci che non è da dentro, ma è da fuori che viene, ti disperdi nell’ala più oscura della coscienza, in attesa che passi la tempesta. Ma la contingenza del pensiero vuole che andare in posti del genere in situazioni del genere dia la stessa sensazione di correre per ore e, una volta arrivati a casa, trovare la porta d’ingresso murata.